Rassegna
'Oltre lo schermo'


La guida d’eccezione di questo percorso sarà Marco Petrucci, appassionato conoscitore di cinema.
Un viaggio tra le pieghe del cinema, arricchito da retroscena e narrazioni che svelano il dietro le quinte della settima arte.

Evento del 19 marzo 2026

Oltre lo schermo

Definizione

Derivato dal mondo teatrale, la figura del caratterista nel cinema indica l’attore non protagonista che interpreta personaggi particolari. Spesso confuso con il cosiddetto "generico" o con la "spalla".

Nella maggior parte dei casi, il caratterista è destinato ha rimanere tale ma vi sono rari esempi in cui la carriera ha avuto un improvvisa svolta. Si parla, quasi sempre, di bravissimi attori, spesso provenienti dal teatro.

Spesso sono approdati in televisione o sono stati interpreti di spot pubblicitari, proprio in virtù del loro essere "caratteristi".

Anche se si tende a indentificare il loro ruolo come riferito alla commedia, non mancano grandi esempi di registro diverso.

In alcuni casi, dietro una carriera non semplice, si nascondono storie drammatiche o affascinanti.

La figura del "caratterista" non è una peculiarità del nostro cinema, anche se da noi più accentuata. E’ stata una precisa scelta puntare i riflettori su attori italiani che rimandano a storie e ricordi più vivi e vicini.


Carlo Delle Piane

Nasce a Roma nel 1936 e abita a Campo dei Fiori nel cuore della capitale. Il particolare naso è dovuto a un incidente durante una partita di calcio a dieci anni.

Il debutto nel cinema avviene con Cuore (1948), selezionato durante dei provini nelle scuole romane da Vittorio De Sica. Da quel momento la sua precoce carriera non si ferma più.

Interpreta con Fabrizi e Totò Guardie e ladri e poi, con il primo, la serie delle pellicole dedicate alla famiglia Passaguai. E’ in questa circostanza che comincia ad essere chiamato "Pecorino".

E’ con l’interpretazione del personaggio di "Cicalone" in Un americano a Roma che diventa uno dei caratteristi più richiesti.

Negli anni sessanta è in teatro con Rugantino, nella famosa tournée mondiale.

Fino agli inizi degli anni settanta, appare in circa sessanta film. Purtroppo nel 1973, in seguito ad un incidente automobilistico, rimane in coma per un mese. Si riprende ma la sua carriera subisce un rallentamento. Fino a quando non viene "riscoperto" da Pupi Avati. Con il regista bolognese diventa un attore a tutto tondo. Nel ruolo drammatico in Una gita scolastica (1983) viene premiato a Venezia come miglior attore protagonista e riceve un Nastro D’argento (sempre come miglior attore).

L’anno d’oro è il 1986 quando Regalo di Natale sbanca al botteghino e Delle Piane vince a Venezia il premio per la miglior interpretazione maschile e un nuovo Nastro D’argento.

Continuerà a recitare sino a tarda età con successo.

Un grande indimenticabile attore.

Tina Pica
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Nasce a Napoli nel 1884 (Concetta Luisa Annunziata). In questo caso abbiamo un esempio di "caratterista" che proviene dal teatro.

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Da giovane si distingue per bravura in tante compagnie stabili partenopee. Sino a formare, negli anni venti, una propria compagnia e a scrivere commedie.

Notata da Eduardo De Filippo, è protagonista in Filumena Marturano, Napoli milionaria e Questi fantasmi.

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In tarda età (a parte qualche fugace apparizione) si avvicina al cinema e nel 1953, a 69 anni, interpreta Caramella in Pane, amore e fantasia. E’ un grandissimo successo per il quale vince il Nastro d’Argento come miglior attrice non protagonista.

Diviene una delle caratteriste più richieste e uno dei volti più amati dal pubblico.

Lavora con Monicelli, De Sica, Soldati, Risi e Steno.

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Esempio (a parte Totò) più unico che raro, gira un film con il suo nome nel titolo: La Pica sul Pacifico, una parodia de La diga sul Pacifico.

La sua ultima apparizione è del 1963 in Ieri, oggi, domani di De Sica.

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Ci lascia, nella sua amata Napoli, nel 1968 dopo aver partecipato a circa sessanta pellicole.

A lei sono dedicate una strada a Roma e un giardino nella sua città natale.

Luciano Pigozzi
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Nasce a Novellara (RE) nel 1927. Gli inizi della sua carriera sono più che promettenti. Lavora con Lattuada, De Sica e Rossellini in piccole parti.

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La fama arriva con il ruolo di Scimmione, il milite fascista de La Ciociara (1960).

Nel 1962 la Galbani lo sceglie come testimonial nel suo Carosello.

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Diventa il Peter Lorre italiano e si specializza in ruoli tipicamente da "cattivo". Il cinema di genere lo aiuta e partecipa in più di cento film.

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Ricordiamo La frusta e il corpo di Mario Bava, Danza Macabra di Antonio Margheriti, Mussolini ultimo atto di Carlo Lizzani e Roma a mano armata di Umberto Lenzi.

Spesso a recitato con lo pseudonimo di Alan Collins.

Muore a Roma nel 2008 senza essere riuscito a raggiungere il grande successo.

Umberto Raho
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Nasce a Sofia nel 1922 da padre italiano e madre bulgara. Studia recitazione e si laurea in filosofia.

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Diventa un grande attore di teatro, passione che lo accompagnerà (insieme al cinema) per tutta la vita.

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Passa al grande schermo nel 1960 e parteciperà a più di 100 film. Grazie alla sua bravura, alla presenza scenica e alla conoscenza di diverse lingue lavorerà in tutto il mondo con i più grandi registi.

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Lavora con Lizzani, Risi (Una vita difficile), Freda, Margheriti, Sergio Grieco, Costa-Gravas, Visconti, Fernando Di Leo, Lautner (Il vizietto), Ustinov, Damiani, Dario Argento …

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Lavora anche in televisione, in particolare negli "sceneggiati" (ora fiction).

Fu uno dei primi attori italiani a non nascondere la sua omosessualità.

Nel centenario della nascita, è stato ricordato a Trieste per le sue grandi interpretazioni nel teatro Rossetti.

Riccardo Garrone
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Nasce a Roma nel 1926. Frequenta l’accademia di arte drammatica e debutta con Mario Mattoli in Adamo ed Eva nel 1946.

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Grazie a una bella presenza e una recitazione misurata, tendente al registro della commedia, verrà scelto spesso per ruoli di uomo elegante, simpatico e "furbetto".

Lavora intensamente per il grande schermo per tutti gli anni cinquanta, sessanta e settanta. Tra i rari ruoli drammatici ricordiamo La dolce vita di Fellini e La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini (con una stupenda Claudia Cardinale).

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Indimenticabili i ruoli del geometra Calboni nella serie di Fantozzi (in sostituzione di Giuseppe Anatrelli) e l’avvocato Covelli in Vacanze di Natale. Appare persino in una pellicola di Tinto Brass (Paprika).

Oltre che "caratterista", Garrone è un vulcano in eruzione...

In teatro recita prima con Gassman, poi con Paolo Stoppa, diretto da Luchino Visconti, e con Antonella Steni, Da ricordare che in Aggiungi un posto a tavola la voce di Dio è proprio di Garrone.

Ha un intensa attività da doppiatore, specializzandosi nei cartoni della Disney e Pixar.

In televisione le apparizioni sono numerose. Famoso sino alla fine della carriera, interpretando Nicola Solari ne Un medico in famiglia.

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Infine è testimonial di un adesivo per dentiere e poi, per la Lavazza, interpretata "Dio" per diversi anni accanto a diversi partner.

E’ mancato nel 2016 lasciando, però, una serie infinita di indimenticabili personaggi in circa 150 film.

Turi Pandolfini
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Salvatore Pandolfini nasce a Catania nel 1883. Tipico esempio di attore dialettale che iniziò a calcare i teatri siciliani sin dalla giovane età, essendo il nipote del famoso Angelo Musco.

Negli anni venti entra nella compagnia di Luigi Pirandello sino a giungere al cinema negli anni trenta.

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Le sue caratterizzazioni, basate su una mimica inimitabile, di anziani brontoloni hanno animato diversi film con Alberto Sordi.

Lo ricordiamo in Roma, città aperta, Un giorno in pretura, Bravissimo, L’arte di arrangiarsi, Buonanotte avvocato., Questa è la vita (episodio: La giara) e Arrivano i dollari.

Stranamente è intitolata a lui una strada di Palermo mentre nella città natale, nonostante numerose petizioni, l’attore è stato dimenticato.

Corrado Gaipa
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Gaipa nasce a Palermo nel 1925. Dopo essersi diplomato presso l’Accademia di arte drammatica, inizia la sua carriera in teatro e poi dal 1948 al 1969 in radio.

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Diventa anche un grande doppiatore (Spencer Tracy, Lee J. Cobb, Orson Welles) sino a debuttare nel cinema in Un bellissimo novembre di Mauro Bolognini.

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L’apice della carriera cinematografica è la parte di Don Tommasino ne Il padrino (1972) film pluripremiato con diversi Oscar. Recitò con Scola, Valerii, Montaldo, Di Leo, Rosi e Dallamano.

In genere gli vennero affidati ruoli da politico, avvocato, mafioso. Sempre ben calato nel personaggio, avrebbe meritato maggiore spazio. Costretto a servirsi di un bastone per camminare, a causa di una malattia, ci ha lasciati nel 1989 proprio mentre si accingeva a partecipare al Padrino parte III.

Di rilievo anche la sua carriera televisiva con la partecipazione in numerosi sceneggiati.

Jimmy il Fenomeno
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Origine Luigi Soffrano nasce a Lucera (FG) nel 1932.L’esordio nel cinema avviene nel 1957 dopo che l’aspirante attore venne portato (da Rosario Borelli, attore di fotoromanzi, nato a Cerignola) sul set di Gambe d’oro, film con Totò, per un provino. Venne ingaggiato per dieci giorni di riprese e da lì partì una carriera con apparizioni in più di 150 pellicole.

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Il nome d’arte di "Jimmy il Fenomeno" gli venne suggerito sul set di Io bacio tu baci (1961). La carriera da caratterista è ammantata di mistero. Molti registi, produttori e attori dicono che portasse fortuna e quindi venisse sempre ingaggiato, anche se per una piccola apparizione.

Questa "fama", nel tempo, si allargò anche al mondo del calcio dove era facile incontrarlo negli stadi e, soprattutto, durante il mercato estivo accanto a famosi dirigenti.

Ci ha lasciato in totale indigenza, ospite di un centro anziani, nel 2018 senza aver potuto usufruire della legge Bacchelli.

Tiberio Murgia
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Tiberio Murgia nasce a Oristano nel 1929. La sua è una storia particolare e affascinante. Di umilissime origini trascorre la giovinezza in Sardegna dove si avvicina al PCI (sino a divenire segretario della FGCI sarda).

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Emigra in Belgio a Marcinelle dove scampa, per un puro caso, al terribile disastro. Nell 1957 arriva a Roma dove lavora come cameriere in un ristorante nei pressi di Piazza Navona.

Viene notato da Monicelli e, dopo vari provini, scritturato per interpretare Ferribotte nel fortunatissimo I soliti ignoti.

Consiglio la visione di una lunga intervista reperibile su YouTube e del documentario L’insolito ignoto per i particolari su una vita avventurosa.

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Dopo il grande successo viene scritturato per numerose pellicole, interpretando sempre personaggi siciliani e, quindi, essendo sempre doppiato (da Michele Gammino e Turi Ferro tra gli altri)

Partecipa a circa 150 film tra cui ricordiamo: La grande guerra, L’audace colpo dei soliti ignoti, Costa Azzurra.

Volto conosciutissimo, venne scelto nel 1962 dalla Lavazza per pubblicizzare i suoi prodotti.

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Solo nel 1961 partecipa a 15 pellicole! Lavora con regolarità fino al 1990.

Nel 2006 la sua autobiografia viene adottata come testo all’Università di Roma La Sapienza e nel 2009 riceve il premio alla carriera al Festival del cinema di Tropea.

Purtroppo l’Alzheimer lo costringe a trascorrere gli ultimi anni in una casa di cura presso Tolfa (RM).

Ci ha lasciato in totale indigenza, ospite di un centro anziani, nel 2018 senza aver potuto usufruire della legge Bacchelli. Riposa, dal 2010, nel cimitero monumentale del Verano.

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Carlo Pisacane
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Nasce a Napoli nel 1889. Iniziò recitando in teatro nella filodrammatica napoletana. Con l’avvento del cinema (ancora muto) recitò in alcune pellicole (anche con Tina Pica).

Il successo giunse in tarda età con il personaggio di Capannelle ne I soliti ignoti. Simile, nel destino a Murgia. Da napoletano divenne bolognese (e così venne in seguito sempre doppiato). Persino il nome di Capannelle divenne quello d’arte, infatti in diverse pellicole così viene citato nei titoli.

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Recitò in circa 70 film, tra cui ricordiamo: Il vigile in cui interpreta il papà di Sordi, L’armata Brancaleone nei panni dell’ebreo Abacuc, Capriccio all’italiana di Pasolini dove interpreta Brabanzio (padre di Desdemona), I clown di Fellini.

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Immancabile, vista la simpatia che riscosse tra il pubblico, il ruolo di testimonial per la API.

Ci ha lasciato nel 1974 a Roma, dopo una piccola parte in Fratello sole, sorella luna di Zeffirelli.

Mario Brega
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Florestano Brega nasce a Roma nel 1923. Vero rappresentante di una città scomparsa. Si "arrangiava" vivendo di piccoli impieghi (fece anche il pugile).

Frequentava via Veneto dove importunava tutti i produttori e registi per ottenere una piccola parte (lavorò con Risi, Loy, Germi, Mastrocinque, Scola, Fulci, Montaldo).

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Sergio Leone lo scopre come caratterista nel 1964. Con il successo del genere western aumentano le sue partecipazioni, sempre doppiato a causa del suo forte accento "romanesco". Il fisico imponente e il volto da burbero, che nascondeva un cuore d’oro, lo rendevano il perfetto "cattivo".

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Il successo di pubblico giunse quando Carlo Verdone, nel 1980, lo scelse per recitare, finalmente con la propria voce, in Un sacco bello. Con il regista lavorò in quattro film.

Indimenticabile anche il suo personaggio in Vacanze di Natale di Carlo Vanzina.

Ci ha lasciato improvvisamente nel 1994.

Angelo Infanti
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Nasce a Zagarolo (RM) nel 1939. Inizia a recitare quasi per gioco nel 1961, in ruoli secondari. Grazie alla sua bravura, versatilità e presenza fisica lavora spesso nel cinema italiano di genere.

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A livello internazionale viene scelto (1972) da Coppola per il ruolo di Fabrizio ne Il padrino e lavoro anche con Chabrol e Lumet.

Il primo ruolo da protagonista l’ottiene nella serie di Emanuelle nera che, in virtù dell’enorme successo mondiale di pubblico, lo rende un volto noto.

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E’, però, con Borotalco di Carlo Verdone che raggiunge l’apice del successo vincendo un David di Donatello come attore non protagonista.

Lavora moltissimo in televisione in numerosi sceneggiati e fiction. Amico di Leone e Chabrol, girò il mondo (sua grande passione) scegliendo i copioni anche in base alle location.

Ci ha lasciato nel 2010 nella sua città natale.

Guido Nicheli
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Nicheli, per gli amici Dogui, nasce a Bergamo nel 1934. Preso il diploma da odontotecnico inizia ad esercitare la professione, affiancando l’attività di rappresentante di liquori.

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Grazie a questa casualità frequenta il Derby, famoso locale di Milano, dove conosce Pozzetto, Teocoli e Iannacci. La sua accentuata parlata milanese induce i comici a coinvolgerlo nelle loro esibizione nella parte del "cumenda".

Dall’inizio degli anni ottanta inizia la sua carriera da caratterista, grazie ai fratelli Vanzina. Il successo arriva con Sapore di mare e Vacanze di Natale. Il personaggio interpretato è sempre lo stesso, quello del ricco industriale.

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Con l’arrivo in televisione in Drive in e I ragazzi della terza C diviene un volto noto al grande pubblico, non solo tra i giovani.

Alla fine degli anni ottanta, stanco di interpretare sempre lo stesso ruolo, si ritira e torna a fare l’odontotecnico. Appassionato d’arte, è stato amico di Salvador Dalì. Spiritoso sino alla fine (2010), sulla sua lapida è inciso: "See you later".

Lella Fabrizi
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Elena Fabbrizi, nasce a Roma nel 1915, da una famiglia numerosa (il fratello più grande era il grande Aldo Fabrizi). Con il marito apre una trattoria a Campo de’ Fiori che, nel tempo, diverrà molto nota. Trasferirà l’attività sull’isola Tiberina, dove tuttora è gestita dai nipoti.

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Sulla scia del successo del fratello Aldo, si dedica al teatro sino ad approdare, come caratterista, al cinema.

L’esordio avviene nel 1958 dove interpreta il simpatico ruolo di una delle tre mamme adottive di Mario (Renato Salvatori) ne I soliti ignoti. Lavora con Steno, Scola, Risi, Petri e Bolognini sempre in piccoli ruoli che ottiene grazie a una naturale simpatia e comicità.

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Il successo vero arriva grazie a Carlo Verdone con il quale, in Acqua e sapone (1984), vince il David di Donatello come attrice non protagonista. Da quel momento le sue apparizioni televisive si moltiplicano.

Purtroppo i rapporti con il fratello Aldo non furono mai buoni e mai si riconciliarono.

Ci ha lasciato nel 1993, una delle ultime "bandiere" della genuina romanità.

Gianfranco Barra
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Nasce a Roma nel 1940. Studia all’accademia di Arte Drammatica e comincia a lavorare nel teatro.

Soltanto nel 1968 riesce a esordire nel cinema con Alberto Sordi ne Il medico della mutua.

Attore versatile, non solo caratterista, sia in ruoli drammatici e comici, viene apprezzato in Italia e all’estero.

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Recita con Billy Wilder, Loy, Lina Wertmuller, Risi, Salce, Scola, Avati, Brusati, Norman Jewison, Minghella e Mazzacurati. Sempre in ruoli, piccoli, ma di rilievo.

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Grazie alla mancanza di inflessione dialettale non è mai stato identificato come "romano" ma spesso utilizzato per interpretare napoletani, siciliani, pugliesi. Un grande merito.

Da gli anni novanta ha lavorato spesso in televisione in fiction e spot. Ci ha lasciato pochi mesi fa nel 2025.

Maurizio Micheli
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Nasce a Livorno nel 1947 ma cresciuto a Bari. Diplomato alla scuola del Piccolo Teatro di Milano e successivamente laureato al D.A.M.S. dell'Università di Bologna con Luigi Squarzina. Recita in teatro con i più grandi (Dario Fo) ma , soprattutto, scrive e interpreta commedie di successo.

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Al cinema approda nel 1976 grazie a Bruno Bozzetto. Interpreta sempre piccoli ruoli da caratterista, sino a quando Dino Risi gli regala una parte in Il commissario Lo Gatto e Corbucci in Rimini, Rimini .

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La sua popolarità cresce e numerose sono le apparizioni televisive con personaggi indimenticabili. Scrive anche programmi di successo come W le donne e Grand Hotel.

Nel 1999 viene insignito dal presidente Ciampi del titolo di Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana.

E come non ricordare ...
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Ave Ninchi
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Memmo Carotenuto
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Ennio Antonelli
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Guglielmo Inglese
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Franco Caracciolo
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John Steiner

Un attore fa di tutto per diventare celebre poi, quando ci riesce, si mette un paio di occhiali scuri per non farsi riconoscere...

Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni

Evento del 23 aprile 2026

Oltre lo schermo

Storie di cinema

Il cinema, soprattutto fino agli anni ottanta del secolo scorso, è stato un mondo a volte avventuroso.

Tante storie, lontane dalla società attuale, dove tutto è mostrato, sono ammantate di mistero e di mito. Molte sono le vicende legate a film, attori, registi e luoghi.

In questo piccolo viaggio parleremo di alcune di queste senza seguire una sequenza temporale o un preciso filo conduttore. Il dramma e il sorriso si alterneranno puntando l’occhio della telecamera su volti, pellicole scomparse, storie curiose …


L’ultimo uomo della terra
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Il famoso racconto di Richard Matheson Io sono leggenda (1954) è stato portato sul grande schermo ben quattro volte.

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Pochi ricordano che la prima versione è del 1964, diretta da un italiano (Ubaldo Ragona), protagonista Vincent Price e girato interamente a Roma.

Nel dettaglio, le location principali sono tutte concentrate nel quartiere dell’EUR. L’ultimo uomo della Terra viene considerato l’adattamento più fedele al racconto.

Altre due piccole curiosità. Nel cast troviamo Giacomo Rossi Stuart (papà di Kim) e un giovanissimo Franco Gasparri, di cui parleremo tra poco.

Il “lecca lecca” di Telly Savalas
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Telly Savalas è stato un attore, speaker radiofonico, cantante, produttore, corridore motociclista ...

Nato nel 1922, da una famiglia di origini greche, si è avvicinato al cinema negli anni ‘60 con grande successo (è stato anche candidato all’Oscar per l’interpretazione ne L’uomo di Alcatraz).

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Nel 1973 gira, con la regia di Mario Bava, Lisa e il diavolo. L’estroso regista romano, per rendere particolare il suo personaggio, ha l’idea di fargli succhiare un lecca lecca invece di fumare l’immancabile sigaretta.

Tornato in America, a Savalas viene proposta la serie Kojak che diventerà (prodotta sino al 1978) un successo mondiale. L’attore propose al regista di adottare la stessa idea di Bava ...

Un’icona tutta frutto del genio italico !

Tiberio Mitri
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Tiberio Mitri nasce a Trieste nel 1926. Vive un'infanzia povera e un'adolescenza travagliata.

A dieci anni rimane orfano di un padre spesso assente. La madre per lavorare in un'osteria lo lascia spesso con una mendicante che lo punge con uno spillone per farlo piangere e commuovere i passanti.

Cresce frequentando una banda di ladruncoli e, per questo, è rinchiuso in un istituto dal quale ben presto evade. Finisce, addirittura, prigioniero nella Riviera di San Sabba (unico campo di concentramento in territorio italiano).

Si salva perché promettente boxer. Brucia le tappe e diviene prima campione italiano e quindi europeo.

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Sposa, nel 1950, Fulvia Franco triestina come lui e ex-Miss Italia. Per assecondare le velleità artistiche di quest’ultima, si trasferisce in America dove affronterà Jack La Motta per il titolo mondiale.

Riesce a liberarsi dal contratto “capestro” con la mafia americana e torna in italiano. Apre un bar a Roma e continua a combattere con buon successo (tornerà ad essere campione europeo).

Appesi i guantoni al chiodo, inizia la carriera cinematografica ...

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La “Bond girl” italiana
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Daniela Bianchi nasce a Roma nel 1942. Entra nel mondo dello spettacolo partecipando ad alcuni concorsi di bellezza.

Nel 1960 si classifica al 2º posto a Miss Universo 1960 ed è premiata dalla stampa come Miss fotogenica.

Inizia la carriera cinematografica interpretando piccole parti in alcune produzioni internazionali, tra cui La ragazza del peccato  (1958) di Claude Autant-Lara, con Jean Gabin e Brigitte Bardot, e Una domenica d'estate (1962) di Giulio Petroni.

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Giunge alla fama mondiale nel 1963, quando è scelta come coprotagonista nel secondo capitolo della saga di James Bond, A 007, dalla Russia con amore  di Terence Young.

Continua una buona carriera cinematografica fino al 1968, quando abbandona le scene sposando un armatore genovese.

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Film “seminali” ...

Per particolari circostanze, è accaduto nella storia del cinema che delle pellicole abbiano rappresentato il “battesimo” sul grande schermo di diversi attori, poi autori di brillanti carriere, contemporaneamente.

Due sono gli esempi, in questo senso, più eclatanti.

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American Graffiti (1973) di George Lucas, candidato a cinque Oscar e vincitore di due Golden Globe.


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St. Elmo’s fire (1985) di Joel Schumacher, pellicola meno fortunata ma molto interessante per l’aspetto che vogliamo approfondire.

American Graffiti
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George Lucas

George Lucas
     Al suo primo successo. E’ divenuto regista, sceneggiatore e produttore straordinario (basti pensare a Guerre stellari e la saga di Indiana Jones), pur non vincendo mai l’Oscar.

Richard Dreyfuss
     Primo ruolo da protagonista. Nel 1978 vince l’Oscar per l’interpretazione in Goodbye, amore mio di Herbert Ross. Straordinaria carriera (Lo squalo, Incontri ravvicinati del terzo tipo), purtroppo rallentata da gravi problemi di droga.

Ron Howard
     Primo ruolo da protagonista (da adulto). Grandi carriere, prima come attore televisivo poi come regista. Vince due Oscar (con Beautiful mind) e tre Golden Globe (uno per la serie Happy days).

Charles Martin Smith
     Al suo primo successo ( insieme a Pat Garret e Billy Kid). E’ divenuto regista, attore e produttore ( Gli intoccabili , The hot spot, Starman), protagonista in decine di serie TV .

Cindy Williams
     Primo ruolo da protagonista. Nel 1974 interpreta un ruolo principale ne La conversazione (F.F. Coppola), poi intraprende una fortunata carriera televisiva con la serie Laverne & Shirley. Ci ha lasciato nel 2023.

Harrison Ford
     Primo ruolo da protagonista. Carriera straordinaria (Guerre stellari, Apocalypse now, Indiana Jones, Blade runner ... ). Molte volte candidato ma mai vincitore dell’Oscar. Ha, comunque, la sua stella sulla Hall of fame.

     Da non dimenticare Suzanne Somers e Bo Hopkins, protagonisti (soprattutto quest’ultimo) di una grande carriera.

St. Elmo’s fire
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Joel Schumacher
     Al suo primo successo. E’ stato un regista fuori dagli schemi. Ricordiamo Un giorno di ordinaria follia, Il cliente, Batman forever, Delitto a luci rosse e Number 23. Ci ha lasciato nel 2020.

Emilio Estevez
     Figlio di Martin Sheen, aveva avuto qualche piccolo ruolo prima di questa pellicola. Ottima carriera cinematografica (Mission impossible, Bobby) come attore e regista.

Rob Lowe
     Primo ruolo da protagonista. Ottima carriera cinematografica, soprattutto in commedie leggere, e molta televisione (nelle serie TV statunitensi)

Demi Moore
     Al suo primo ruolo da protagonista. Considerata un vero sex symbol degli anni novanta. Ebbe (grazie al successo mondiale di Ghost (1990) ) una carriera straordinaria, non solo dal punto di vista cinematografico.

Andie MacDowell
     Al suo secondo ruolo da protagonista (Greystoke: la leggenda di Tarzan). Ebbe una grande carriera cinematografica (Golden Globe per America oggi) e come modella.

Mare Winningham
     All’esordio assoluto. Ebbe una buona carriera cinematografica (culminata nella candidatura all’Oscar per Georgia) e un’ottima carriera nelle serie Tv americane (Uccelli di rovo, Grey’s anatomy, E.R.)

Pittura e cinema

L’arte , in particolare la pittura e la scultura, sono state spesso fonte d’ispirazione per i registi cinematografici.
Attraverso una breve galleria, vediamo gli esempi più evidenti e famosi...

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Forrest Gump (1994)
di Robert Zemeckis
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Il mondo di Cristina (1948)
di Andrew Wyeth

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Shutter island (2010)
di Martin Scorsese
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Il bacio (1908)
di Gustav Klimt

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Arancia Meccanica (1971) di Stanley Kubrick
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La ronda dei carcerati (1890) di Vincent Van Gogh

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Shirley :visioni della realtà (2013)
di Gustav Deutsch
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Film di New York (1939)
di Edward Hopper

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Brama di vivere (1957)
di Vincente Minnelli
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Caffè di notte (1888)
di Vincent Van Gogh

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Il quinto elemento (1997)
di Luc Besson
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La colonna rotta (1944)
di Frida Kahlo

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Sexy beast (2000)
di Jonathan Glazer
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Sulla città (1918)
di Marc Chagall

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Spiccioli dal cielo (1981)
di Herbert Ross
Profondo Rosso (1975)
di Dario Argento
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I nottambuli (1942)
di Edward Hopper

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Barry Lyndon (1975)
di Stanley Kubrick
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Matrimonio alla moda: la mattina (1744)
di William Hogart
Franco Gasparri

La storia di Gianfranco Gasparri (in arte Franco) è l’emblema di come il fato, nel significato latino del termine, intervenga nelle nostre vite disegnando parabole tragiche o meravigliose.

Nasce a Senigallia nel 1948 ma presto si trasferisce a Roma. Il padre era un famoso pittore e cartellonista del cinema e, quindi, la capitale rappresentava il luogo ideale per il proprio lavoro.

Franco recita da adolescente in diverse pellicole del genere “peplum”. Dopo aver prestato il servizio militare come paracadutista, esordisce nei fotoromanzi Lancio. In breve diviene una vera star e, nel 1975, torna al cinema nei panni di Mark il poliziotto.

Il film di Stelvio Massi ottiene un successo strepitoso, oltre ogni aspettativa, e ne vengono girati due sequel. Proprio all’apice del successo, il 4 giugno del 1980, è vittima di un’incidente con la sua moto in seguito al quale rimane paralizzato.

Pur continuando una carriera come redattore alla Lancio, decide di non apparire più in pubblico (non esistono interviste in video) e continua la propria vita a fianco della famiglia fino al 1999.

E’ sepolto nel cimitero di Borgo Hermada (Terracina), luogo nel quale trascorreva le vacanze. La figlia gli ha dedicato il bellissimo documentario Un volto tra la folla (2008).

La location

La scelta delle location ha rappresentato, alcune volte, la fortuna di una pellicola, rendendo scene immortali agli occhi dello spettatore. Altre volte ha rappresentato semplicemente la scelta ideale per l’ambientazione di una scena o di un intero film.

Palazzi particolari, ville da sogno, case o strutture costruite appositamente (pensiamo a Psycho) ...

Ho voluto concentrare l’attenzione su “location” usate per diversi film, particolari, di grande interesse storico o curiose.

La scelta era tra un numero immenso e, quindi, è stata semplicemente frutto del gusto personale.

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Casa Papanice

L’edificio prende il nome dal suo committente, l’imprenditore Pasquale Papanice. Il costruttore catanese aveva un terreno a Roma, in via Giuseppe Marchi (zona Nomentano), e decise, nel 1966, di affidarsi all’architetto Paolo Portoghesi e all’ingegnere Vittorio Gigliotti per la costruzione di un edificio civile a tre piani particolare.

Nacque, così, Casa Papanice considerata dagli storici il simbolo del postmodernismo italiano, così da divenire immancabile in tutti i libri dedicati alla storia dell’architettura. Portoghesi si cimentò anche nella progettazione degli interni, con elementi di arredo basati sulla stessa grammatica progettuale dell’edificio.

Tre sono state le pellicole girate in questo palazzo, prima che diventasse, sino ad oggi, sede dell’ambasciata della Giordania. Dramma della gelosia (1970) di Ettore Scola, Lo strano vizio della signora Wardh (1971) di Sergio Martino e La dama rossa uccide sette volte (1972) di Emilio Miraglia.

Proprio nel 1972 passa, alla morte di Papanice, alla casa editrice Giunti (come ente culturale) e infine diviene ambasciata della Giordania. Diverse modifiche apportate alla struttura originale sono tuttora oggetto di accese discussioni.


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Powerscourt (Irlanda)

Powerscourt Estate è la più elegante residenza ottocentesca d’Irlanda e si trova vicino Dublino, nella contea di Wicklow.

La grande tenuta si estende su 400 ettari di terreno ed era, originariamente, un castello del XIII secolo, ampiamente alterato nel corso del XVIII secolo dall’architetto tedesco Richard Cassels e successivamente ristrutturata nel 1996 ( a causa di un incendio) . Il proprietario attuale è la famiglia Slazenger (i fondatori del famoso marchio sportivo).

Internamente, dell’originale struttura, rimane ben poco e solo due stanze sono visitabili.

La meraviglia è costituita dai giardini , fontane, boschi e cascate location di numerosi film.

Ricordiamo Barry Lyndon (1975) di Stanley Kubrick, Excalibur (1981) di John Boorman, Moll Flanders (1996) di Pen Densham e King Arthur (2004) di Antoine Fuqua.


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Il quartiere Coppedè

In realtà si tratta di un complesso di edifici (inizialmente erano previsti 18 palazzi e 27 edifici più piccoli) che sorge a Roma intorno a Piazza Mincio. Il progetto iniziale risale al 1905 e venne affidato all’architetto, scultore e decoratore fiorentino Gino Coppedè. L’idea era quella di costruire una nuova area abitativa tra i nuovi (allora) quartieri Trieste e Salario e Piazza Quadrata. I lavori terminarono negli anni venti, poco prima della morte del famoso architetto.

Il risultato fu un complesso particolare e affascinante, ricco di riferimenti esoterici. Sicuramente rimane un luogo unico completamente diverso dalla struttura architettonica circostante.

Proprio per questa sua aurea magica è una location molto “sfruttata” per diversi film.

Tra gli altri: L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e Inferno (1980) di Dario Argento, Il presagio (1976) di Richard Donner, L’audace colpo dei soliti ignoti (1959) di Nanni Loy e La ragazza che sapeva troppo (1963) di Mario Bava.


Rocca Calascio

Rocca Calascio è un comune di origine medievale in provincia dell’Aquila. Il luogo, dal punto di vista cinematografico, che più interessa in questo contesto è il castello che si erge a più di 1400 metri, sopra l’antico borgo. Pur essendo una suggestiva meta turistica, il luogo è quasi deserto (gli abitanti sono solo 125!).

Per la bellezza (ma anche asprezza) del paesaggio è stata scelta come location per diversi famosissimi film: Lady Hawke (1985) di Richard Donner, Il nome della Rosa (1986) di Jean Jaques Annaud e Amici miei atto II (1982) di Mario Monicelli


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Le ville dell’Olgiata

La zona dell’Olgiata, da aperta campagna, inizia la sua storia “residenziale” nel 1566 quando Alessandro Olgiati, nobile romano, l’acquistò dalla famiglia Orsini.

Nel ‘700 la proprietà passa alla famiglia Chigi ma per parlare di vera e propria urbanizzazione bisogna giungere al 1950, quando nacque un vero e proprio consorzio.

Da allora è residenza di VIP, aristocratici e magnati dell’industria con stupende ville inserite in un altrettanto splendido parco naturale.

Innumerevoli sono le pellicole girate all’interno e all’esterno delle ville, continuamente affittate alle case cinematografiche, con lauti guadagni dei proprietari.

Impossibile elencare tutti i film e, quindi, citerò i più famosi.

Il ballo della Mangano e della Bouchet

Ho scelto di riproporre due scene “cult” del cinema italiano non per mettere a confronto due attrici, che hanno uno spessore molto diverso, ma per riflettere su due momenti diversi della nostra storia e cultura.

Riso Amaro

Riso amaro (1949), capolavoro del neorealismo candidato all’Oscar e a Cannes, ritrae un’Italia contadina appena uscita dal periodo bellico e da una lunga dittatura.

Il boogie woogie della Mangano inquadra alla perfezione la voglia di vita, pur tra le tremende difficoltà economiche, di un popolo che sognava qualcosa di diverso e che guardava al futuro con speranza.

Milano Calibro 9

Milano calibro 9 (1972) è un film duro che coglie l’Italia dopo il boom economico e l’inizio della recessione.

Il periodo dell’illusione dato dalla prospettiva di una società moderna e produttiva è finito con l’emergere dei grandi problemi legati all’emigrazione interna e dalla violenza diffusa.

Il ballo di Barbara Bouchet si svolge all’interno di un locale milanese gestito dalla malavita ed è agli antipodi con la naturalezza e ingenuità di quello della Mangano in Riso amaro.


Entrambe rimangono una foto fedele del nostro paese in due momenti drammatici ma differenti.

Il lato oscuro

Mi piace ricordare due attori, entrambi scomparsi in circostanze tragiche, che non hanno avuto i riconoscimenti meritati. Come scrisse Tullio Kezich, proprio in occasione della morte di Claudio Cassinelli, “un simile avvenimento ci presenta brutalmente l'altra faccia della medaglia; e ci ricorda che il cinema è soprattutto un lavoro spesso molto duro, sul quale si può anche morire”. Frank Wolff e Claudio Cassinelli, due storie diverse ma unite dalla passione travolgente di fare cinema.

Claudio Cassinelli era nato a Bologna nel 1938. Passione per il cinema e il teatro (il padre era un famosissimo basso della lirica). L’esordio cinematografico avviene ne La Cina è vicina (1967) di Bellocchio e quello televisivo in A come Andromeda (1972) di Vittorio Cottafavi.

Nonostante la stoffa del grande attore, Cassinelli alle luci della ribalta (inteso come frequentare gli ambienti “giusti”) preferisce lasciarsi trasportare dalla passione. Accanto ai film d’autore gira, grazie al suo eclettismo, pellicole di ogni genere.

Si lascia trasportare dal fiume della vita, viaggia oltre gli oceani, assapora esperienze varie in paesi lontani. I colleghi lo guardavano con invidia, con ironia e soprattutto con stupore.

Sposa la giornalista di Repubblica Irene Bignardi, dalla quale ha un figlio. La vita “tranquilla” non è nelle sue corde. Nel 1985 vola in America per girare Mani di pietra, un film di fantascienza diretto da Sergio Martino.

A Page, in Arizona, mentre è impegnato in una pericolosa scena in elicottero il veicolo, che doveva passare sotto un ponte, urta l’ostacolo e precipita nel canyon sottostante. Una vita assaporata sino in fondo.


Frank Wolff era nato a San Francisco nel 1928, da una famiglia chiaramente di origini tedesche. Il padre è un medico con idee politiche radicali di sinistra e Frank cresce con una spiccata indole anticonformista.

Inizia la carriera d’attore nel 1958 lavorando con registi famosi (Roger Corman, Monte Hellman), ma le sue idee non lo aiutano nella Hollywood di allora. Comincia a soffrire di depressione.

Ascolta il consiglio di Corman e si trasferisce in Italia dove Rosi lo sceglie, nel ruolo di Pisciotta, per Salvatore Giuliano. Recita, accanto alla Mangano, nel bellissimo film di Lizzani Il processo di Verona.

Dopo diversi western è scelto da Sergio Leone per C’era una volta il West (1968). Ha trasferito la sua residenza a Roma, in un residence dell’hotel Hilton dopo la separazione dalla moglie.

Interpreta, a ritmo frenetico, grandi film (L’amica di Alberto Lattuada, Metello di Mauro Bolognini, La morte risale a ieri sera di Duccio Tessari, dove veste i panni di Duca Lamberti, creatura letteraria di Scerbanenco) ma il “mostro” interiore ha ormai preso il sopravvento.

Quando ancora non è uscito il suo ultimo film (Milano calibro 9) si suicida nella sua stanza nella notte del 12 dicembre 1971 con modalità agghiaccianti. Viene ritrovato da una sua giovanissima amica austriaca la mattina dopo. Purtroppo uno dei molti attori vittima della depressione.

La cultura è un bene comune primario come l'acqua; i teatri, le biblioteche, i musei e i cinema sono come tanti acquedotti.

Claudio Abbado
(direttore d’orchestra)

Evento del 28 maggio 2026

Oltre lo schermo

Presentazione

Il dizionario Treccani recita, sotto la voce "musical", "Spettacolo teatrale, cinematografico o televisivo – che prevede l’utilizzo di musica, dialoghi (parlati e cantati) e danze".

Questa definizione ci pone davanti ad un primo elemento d’interesse, ovvero il fatto che il genere cinematografico abbia un suo precedente nel "fratello" teatrale, nato in America intorno a fine XIX secolo - inizio XX come miscuglio di diverse forme di spettacolo.

Tuttora, la strada simbolo del genere musical statunitense è Broadway (soprannominata "Great White Way"), nel cui distretto teatrale questi spettacoli venivano presentati già dalla metà del diciannovesimo secolo.


Gli esordi …

Il primo musical della storia del cinema (allora chiamato "operetta") è stato anche il primo film sonoro.

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Si tratta di The Jazz Singer (Alan Crosland) del 1927. Col musical, si apre dunque un nuovo capitolo della storia del cinema: quello del sonoro. 

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L’introduzione di questa tecnologia è una rivoluzione che scuote Hollywood e le sue fondamenta: per restare al passo coi tempi e non essere svantaggiate rispetto alle proprie avversarie, le varie case di produzione si affrettano in una riconversione dei macchinari di ripresa, di quelli di proiezione per i cinema, nell’educazione dei propri attori ad uno stile recitativo consono al nuovo mezzo e, in caso, alla loro sostituzione (il musical "Cantando sotto la pioggia", cattura perfettamente il termine di questo periodo di transizione).

Il boom …
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Tra 1933 e 1939, la RKO produce nove film, che integrano "gli stereotipi del musical con quelli della commedia di ambientazione sofisticata", con protagonista la coppia di ballerini Fred Astaire-Ginger Rogers, solitamente nei ruoli di innamorati (il più famoso è probabilmente Cappello a Cilindro, Mark Sandrich, 1935).

I loro numeri di danza sono filmati in lunghe inquadrature, a volte veri e propri piani sequenza, in cui ogni elemento, dai costumi alle scenografie, contribuisce ad esaltare la coppia e la sua bravura. Il mago di Oz

L’MGM sfrutta a piene mani il colore fornito dal sistema Technicolor, un’altra invenzione che si accompagna al sonoro. L’esempio più noto del musical classico è Il mago di Oz (The Wizard of Oz, Victor Fleming, 1939), in cui l’uso di colori assolutamente antinaturalistici indica il passaggio di Dorothy dal Kansas al mondo magico di Oz, dalla realtà alla favola, creando un’atmosfera magica. Vincitore di due Oscar.

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Ad inizio anni ’40 alla MGM si inserisce uno dei più importanti nomi dell’industria, in fatto di musical. Si tratta di Vincente Minnelli, regista di Un americano a Parigi (An American in Paris, 1951), con protagonista una delle più note star della casa di produzione, Gene Kelly.

Il film comprende il numero musicale più lungo della storia del genere: un balletto di 17 minuti sulle note di "An american in Paris" di George Gershwin, che chiude il film con una scena priva di dialoghi. Vincitore di sei Oscar.

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L’obbiettivo principale del musical nell’era classica, comunque, sembra essere quello di offrire uno spettacolo indimenticabile al proprio pubblico, un’esperienza di visione appagante e totalizzante, sia essa realizzata attraverso le travolgenti ed infinite coreografie di Astaire-Gingers, i numeri di massa di Berkeley, o il connubio tra sonoro e colore. Le produzioni sono ad alto budget, presentate come eventi imperdibili.

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Le trame tendono ad essere ripetitive e a concentrarsi soprattutto su due tipi di narrazioni: metanarrative, coinvolgenti persone che lavorano nel mondo dello spettacolo (es È nata una star, George Cukor, 1954), o viranti principalmente sul romantico e\o sul comico.

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Un altro elemento comune a queste produzioni è che i numeri musicali risultano interruzioni all’interno della narrazione: non servono a far progredire la trama, ma come occasione per conoscere le motivazioni e le emozioni dei protagonisti.

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Nonostante ciò va citata la presenza di alcuni rari e per questo interessanti casi, specialmente negli anni ’50, di "stunt casting", ovvero la pratica di assumere per delle parti degli attori famosi ma non legati al mondo del musical per attirare il pubblico al cinema.

Ugualmente interessanti, sempre negli anni ’50, sono le occasioni in cui il musical sembra essere concepito come mezzo di lancio di giovani promesse. È il caso ad esempio di Debbie Reynolds (Cantando sotto la pioggia), Marilyn Monroe (Gli uomini preferiscono le bionde).

WEST SIDE STORY
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All’incirca fino alla fine degli anni ’50, il genere musical ha un enorme successo di critica ma, anche e soprattutto, di pubblico, risultando estremamente profittevole e giustificando, il più delle volte, le impressionanti somme investite, oltre che riconoscimenti.

Tuttavia, con l’inizio degli anni ’60, qualcosa comincia a cambiare. Il decennio si apre con un film che sembra essere paradigmatico del mutamento che segnerà il futuro del cinema in generale e del musical in particolare. West Side Story!

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West Side Story (Jerome Robbins e Robert Wise, 1961) è tratto da uno spettacolo teatrale di pochi anni prima, con le musiche di un maestro della "vecchia guardia", Leonard Bernstein, e i testi di un giovane 25enne al suo primo lavoro, Stephen Sondheim, che nei decenni a venire rivoluzionerà il genere musical a teatro.

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Una versione di Romeo e Giulietta ambientata a New York sullo sfondo di una guerra tra bande, parla di argomenti attuali, come la delinquenza tra i giovani e il razzismo. Lo fa con un linguaggio che Sondheim aveva voluto aggressivo e violento (l’intento era inserire nella colonna sonora il primo "vaffa***lo" della storia del genere), che pur risultando oggi quasi ridicolo è lo specchio dei suoi protagonisti e della loro giovane età. 

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Cosa ancora più sorprendente: il musical non si chiude con un lieto fine che anzi frustra drammaticamente la felicità dei due giovani amanti.

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Il film vede tra gli attori diversi membri del cast teatrale, ma i due protagonisti sono interpretati da inesperti del genere: Richard Beymer (che oggi ricordiamo soprattutto per il ruolo in Twin Peaks) e Natalie Wood, volto della ribellione giovanile in classici come Splendore nell’erba e Gioventù bruciata. Entrambi, per ovviare alle loro mancanze, sono doppiati nelle parti cantate.

La transizione …
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Coi suoi dieci Oscar vinti, che lo rendono il musical più premiato della storia del cinema, West Side Story è un segnale difficilmente ignorabile: il cinema sta cambiando, il gusto del pubblico sta cambiando, il musical teatrale sta cambiando. L’industria cinematografica, però, non coglie i segnali, e continua a produrre film che mantengono la stessa impostazione dei precedenti e che risultano, nel nuovo clima di sperimentazione che si sta creando dentro e fuori da Hollywood, indigesti per un pubblico sempre più giovane e smaliziato.  

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Un particolare episodio è significativo. Per il film My fair lady (1964, George Cukor) viene assunta nel ruolo della protagonista, per motivi di marketing, Audrey Hepburn, e non l’attrice che ha originato, con critiche estremamente positive, il ruolo a teatro: Julie Andrews.

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Tanta è l’indignazione di pubblico e stampa quando diventa chiaro che nel film la Hepburn è stata doppiata nelle parti cantate. Finalmente il pubblico riuscirà a vedere per la prima volta il viso della cantante che era in un certo senso il "segreto di Pulcinella" del mondo hollywoodiano: il soprano Marni Dixon, che ha dato voce a Natalie Woods in West Side Story (e non solo).  

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Altri si sono avvalsi, nel corso degli anni, dello stesso trucchetto, senza che però i "ghost singer" venissero compensati o riconosciuti.

Lo stesso anno Julie Andrews ottiene la sua "vendetta": viene assunta da Walt Disney per Mary Poppins, il debutto cinematografico che le vale un Oscar alla migliore attrice. Il genere è ormai in pieno declino, almeno inteso come il modello hollywoodiano nel suo complesso.

Tuttavia, la storia del musical non si chiude con gli anni ’60: a chiudersi, piuttosto, è la stagione del mega musical cinematografico, pomposo, costoso, portatrice di una ottimista e bacchettona visione del mondo.

La rinascita …
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Negli anni ’70 tocca alle produzioni a basso budget cercare di catturare lo spirito di ribellione post-sessantottino. 

Nel 1972, un film realizzato con meno di 5 milioni di budget dalla ABC (che si occupava prevalentemente di prodotti televisivi ) riesce addirittura ad aggiudicarsi otto Oscar compreso quello al miglior film: si tratta di Cabaret (Bob Fosse), incentrato attorno alle vicende dei dipendenti di un locale notturno nella Germania pre-Hitleriana.

Tratto da un musical di Broadway del 1966, è definito il primo "musical adulto". Un film crudo, cupo e sporco, come gli ambienti in cui è ambientato, grottesco come alcuni dei suoi personaggi.


Cabaret (1972)

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Tratta in maniera schietta temi quali la banalità con cui il nazismo penetra nella società tedesca e l’ambiguità e libertà sessuale, col disfarsi della "cellula" eterosessuale rappresentata dalla coppia protagonista a seguito dell’intromissione di un terzo personaggio, un uomo. Protagonista è Liza Minnelli, la figlia di Vincente Minnelli e Judy Garland: la discendente diretta della vecchia generazione che dà linfa ad una nuova tradizione.

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Cabaret fu la dimostrazione che il successo era ancora possibile aprendosi, però, alle nuove tendenze e a un’evoluzione nelle forme.


Jesus Christ Superstar  (1973)

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Jesus Christ Superstar (Norman Jewison, 1973), tratto dall’omonimo album e musical di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber (futuro grande autore della storia del genere), è una rilettura in chiave moderna e hippy degli ultimi giorni di vita di Gesù con protagonista un cast multietnico, girato in Israele con 3,5 milioni di dollari.

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Ebbe un buon successo di pubblico e vinse il David di Donatello come miglior film straniero. Il cast era formato da ballerini e cantanti professionisti e, infatti, la fama rimane legata in modo indissolubile ai brani piuttosto che alla recitazione. Notevoli furono le critiche legate all’argomento religioso.


The Rocky horror picture show (1975)

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Il film, diretto da Jim Sharman, è tratto dall’omonimo musical di  Richard O'Brien (autore delle musiche, sceneggiatore e attore nella pellicola). Realizzato con lo stesso cast dello spettacolo teatrale (con poche eccezioni: una di queste è Susan Sarandon) e con mezzi molto limitati, è una parodia dei B-movies horror degli anni ’30-’60, una celebrazione della cultura gay e una critica all’ipocrisia della borghesia.

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Inizialmente un disastro al botteghino, diventò un enorme successo come spettacolo di mezzanotte, e tuttora vanta una grande comunità di appassionati. Il protagonista Tim Curry ha avuto una grande carriera, soprattutto in teatro (anche classico).

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Susan Sarandon ha, tuttora, una luminosa carriera, impreziosita da un Oscar. Nel cast il grande (in tutti i sensi) Meat Loaf destinato a un successo planetario come cantante con più di 100 milioni di dischi venduti. Purtroppo ci ha lasciato nel 2022, vittima del Covid.


Grease (1978)

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Sicuramente il musical di maggior successo degli anni ‘70. Tratto da un lavoro teatrale di Jim Jacobs e Warren Casey, venne portato sullo schermo da Randal Kleiser.

L’intento è, anche in questo caso, innovativo: si tratta infatti di uno sguardo nostalgico sugli anni ’50 che però inietta nei suoi personaggi lo spirito ribelle e sessualmente libero dei giovani contemporanei. La trama non regali sussulti ma la colonna sonora rimane indimenticabile.

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Un misto di vecchi brani e inediti (in parte scritti da Barry Gibb dei Bee Gees). Costato solamente 6 milioni di dollari ne incassò più di 400!

La canzone "Hopelessly Devoted to You" ricevette una nomination all'Oscar per la migliore canzone originale nel 1979, ma diversi sono i brani rimasti tra i più venduti della storia.

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Inizialmente la parte del protagonista Danny Zuko fu proposta a Henry Winkler, interprete di Fonzie in "Happy Days", il quale rifiutò, pentendosene poi amaramente. Venne infine scelto John Travolta, diventato noto a livello mondiale l'anno precedente con La febbre del sabato sera. Olivia Newton John, inglese emigrata in Australia, era già una cantante di grande successo che aumentò dopo la partecipazione al film. Purtroppo ci ha lasciato nel 2022.


Hair (1979)

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Il film, diretto da Milos Forman, ha una storia molto particolare. E’ basato sull'omonimo musical di Broadway, scritto e diretto dagli sceneggiatori e compositori italoamericani Gerome Ragni e James Rado del 1967. Sulla scia del successo di Jesus Christ Superstar, racconta di una comune hippie durante il conflitto in Vietnam.

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Proposto prima a George Lucas e poi a Milos Forman (che stava girando Qualcuno volò sul nido del cuculo) venne realizzato solo nel 1979 quando il conflitto era terminato e il fenomeno hippie era ormai in declino.

Il risultato fu una sceneggiatura che non aveva praticamente nessun punto in comune con la trama dello spettacolo, arrivando a eliminare personaggi, inventarne di nuovi, eliminare canzoni, assegnare canzoni a personaggi differenti, e soprattutto a modificare radicalmente la figura del protagonista Claude, reinventandolo completamente.

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Venne apprezzato dalla critica (due David di Donatello) ma meno dal pubblico che lo premiò in modo inferiore rispetto agli altri musical del decennio. Rimane, comunque, sempre rappresentato con successo in ambito teatrale. Una curiosità: Madonna e Bruce Springsteen furono scartati ai provini.

Fine secolo …
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Negli anni 80 e 90 vengono prodotti molti film musicali di grande successo (ma non musical). La tendenza è quella di proporre storie ambientate nel mondo della danza o della musica. Saranno famosi (1980), Flashdance (1983), Staying alive (1983), Footloose (1984), The Commitments (1991) tra gli altri.

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Inoltre continua, con grande riscontro di pubblico (non solo tra i bambini), la produzione Disney in cui i brani musicali diventano sempre più importanti all’interno della trama. Vi sono alcune rare eccezioni …


The Blues Brothers (1980)

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Più che di un film (musical a tutti gli effetti) parliamo di una leggenda. Poco pellicole sono rimaste nell’immaginario popolare in tutto il mondo, hanno persino creato un "look", come questa. L’idea venne a Dan Aykroyd dopo il successo dei due personaggi, interpretati da lui e John Belushi, al "Saturday night live".

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Le case di produzione lottarono duramente per ottenere i diritti e alla fina la spuntò la Universal. Come regista venne scelto John Landis, fresco del grande successo di Animal house (sempre con Belushi). La trama è semplice e senza pretese, fatta eccezione per il divertimento e l’ironia.

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Quello che conta è la musica che rielabora classici del blues, rock e country (e non solo). I costi superarono di gran lunga le previsioni sia per l’ingaggio delle varie star (James Brown, Aretha Franklin, Ray Charles, Cab Calloway, John Lee Hooker), sia per le numerose scene con decine di macchine distrutte e centinaia di comparse (siamo ancora lontani dal digitale!).

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Molti registi e attori fecero gratuitamente piccole apparizioni (Steven Spielberg, Frank Oz, Joe Walsh degli Eagles). Al contrario delle aspettative gli incassi non furono esaltanti ma sono rimasti costanti nel tempo. La colonna sonora è stata votata come la migliore di tutti i tempi. Infinite le leggende legate alle riprese che qui è impossibile elencare.


The Wall (1982)

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Pur essendo una pellicola molto particolare ed unica, si tratta di un musical dove, attorno all’omonimo concept album dei Pink Floyd, le canzoni (e le brevi parti recitate) sviluppano la trama.

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Alla base c’è l’incomunicabilità, simboleggiata dal muro che il protagonista vede crescere intorno a sé (anche con il suo contributo).

L’idea iniziale di Roger Waters viene sviluppata dal regista Alan Parker (Fuga di mezzanotte, Saranno famosi, Birdy, Angel Heart, The Commitments, Evita) per un film che non può lasciare indifferenti.

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Come protagonista venne scelto Bob Geldof, allora famoso per essere il leader dei Boomtown Rats, e che in seguito divenne conosciuto per il suo impegno sociale ("Band Aid", "U.S.A. for Africa", "Live Aid"). Nel cast Bob Hoskins e Alex McAvoy (nel ruolo del perfido maestro). Perfette le animazioni create da Gerald Scarfe, fumettista britannico, divenute un’icona immortale.

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Presentato, fuori concorso, a Cannes ebbe un grande successo di pubblico. Una curiosità: i brani non rispecchiano quelli presenti sull’album. Ci sono brani inediti e altri furono scartati. Inoltre tutti sono riarrangiati in modo diverso (tranne "Another brick in the wall").


Tutti dicono i love you (1996)

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Un grande omaggio al cinema degli anni d'oro di Hollywood da parte del prolifico regista americano: una sceneggiatura lieve e brillante, un cast corale formato da una gran quantità di star, e frequenti numeri musicali, cantati dagli attori stessi e realizzati con brani famosi.

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La storia si svolge in tre scenografie diverse, che corrispondono alle tre città preferite di Woody Allen: New York (scenario principale), Parigi (casa del protagonista) e Venezia (luogo di vacanza).

La ripresa …
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Dagli anni Duemila si assiste a un risveglio dell’interesse del pubblico nei confronti del genere.

Non solo si producono adattamenti di spettacoli teatrali di successi più o meno recenti, ma nascono titoli appositamente per il grande schermo.

Tra le trasposizioni troviamo Chicago (2002), Mamma Mia! (2007), Il fantasma dell’Opera (Joel Schumacher, 2004) che però non riescono ad utilizzare al meglio il mezzo cinema nei numeri musicali, con riprese spesso statiche e poco coinvolgenti.

Al contrario, Sweeney Tood (Tim Burton, 2007) ha un proprio stile riconoscibile e non tradisce le attese, grazie anche alla genialità del regista..

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Moulin rouge (2001)

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Ma il nuovo millennio si apre con l’uscita di un film di grande successo che porterà nuova linfa al genere, riuscendo a trovare la maniera di farlo funzionare dopo alcuni decenni di risultati deludenti. 

Moulin Rouge! (Baz Luhrmann, 2001), vincitore di due premi Oscar, è una storia che attinge a piene mani dalle origini del musical, sia teatrali (la trama è evidentemente ispirata a "La traviata" e ai canoni del genere) sia cinematografiche, riprendendo la grandeur del cinema classico a cui il montaggio frenetico ed effetti esagerati contribuiscono.

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La pellicola è considerata un musical atipico perché i brani cantati non sono opere originali, ma rivisitazioni di alcuni dei brani storici della musica pop interpretati dal cast; in particolare i due attori protagonisti Nicole Kidman e Ewan McGregor stupirono il pubblico con le loro doti canore non essendo dei cantanti professionisti. Nel cast troviamo anche Kylie Minogue e Ozzy Osbourne.

Il digitale venne largamente utilizzato. Ad esempio John Leguizamo (Toulouse-Lautrec) recitò sempre in ginocchio e le gambe vennero poi "eliminate" in fase di montaggio. La Kidman ebbe un grave incidente durante le riprese, riportando la frattura di due costole.

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Nuove tendenze …
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Si toccano tematiche sempre più complesse: l’omosessualità e l’identità di genere diventano temi portanti di titoli come Hedwig and the Angry Inch (2001).

La tecnologia e la computer grafica permettono di creare sequenze oniriche e assottigliare ancor di più i confini tra realtà e fantasia.

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Questo è visibile, ad esempio, in Across The Universe (2007), interamente incentrato sui brani dei Beatles.

Interessante è l’intreccio commedia/musical del musical francese Parole, parole, parole (1997), vincitore di 8 César.

Anche in Italia si è tentato un recupero della tradizione con Ammore e malavita (2017) dei Manetti Bros, strizzando però l’occhio alle nuove generazioni.

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Conclusione
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Probabilmente, almeno nel cinema, la grande stagione del musical è definitivamente tramontata.

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Nel 2025 abbiamo avuto un sussulto con Emilia Pérez (vincitore di due Oscar), un musical molto innovativo che fonde, per la prima volta, il genere con il thriller. Grande successo di pubblico e critica.

In generale, però, le nuove generazioni amano maggiormente i film musicali (Save the Last Dance, A Time for Dancing , Step Up) oppure le produzioni Disney sempre immortali. Ma, come in tutti i campi dell’arte, non è escluso il ritorno (citando il grande Califano) …

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«Io non possiedo il cervello: solo paglia.»
«Come fai a parlare se non hai il cervello?»
«Non lo so. Ma molta gente senza cervello ne fa tante di chiacchiere.»

Tratto da "Il mago di OZ", 1939 di Victor Fleming


I testi qui riportati sono tratti e rielaborati dalle slides delle conferenze di Marco Petrucci, che ringraziamo sentitamente per la preziosa disponibilità e per aver gentilmente concesso la pubblicazione dei contenuti e del materiale iconografico.
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