Evento letterario
‘Regalami una storia’
In occasione del decennale del Comitato di Quartiere, invitiamo chiunque lo desideri a produrre un breve testo che potrà essere incentrato su ricordi ed esperienze di vita vissuta nel nostro quartiere (zone Roma 70, Rinnovamento, Il Sogno e Annunziatella/Fotografia) fin dalla sua nascita, oppure sulle impressioni di chi solo da poco è entrato a far parte della nostra comunità.
Il Comitato di Quartiere Grotta Perfetta, nel corso dei suoi 10 anni di vita, ha rappresentato il nostro territorio in molteplici modi e linguaggi.
Conferenze, racconti, multimedia, il DVD, concorsi letterari, ricerche archeologiche, storiche, urbanistiche, scoperte, mostre, il Cinema sotto le Stelle, gli incontri e le assemblee pubbliche, con la collaborazione di esperti, archeologi, storici, architetti, ingegneri, letterati, artisti, associazioni, società scientifiche, l’ente Parco dell’Appia Antica, l'adozione del Parco di Viale Londra Afa2, il punto verde qualità PVQ, il bilancio partecipativo per ricostruire il campetto di Piero, il rapporto con le Istituzioni (Roma Capitale, VIII Municipio e Servizio giardini), al servizio dei cittadini. Perle di democrazia viva, attiva, fatta di persone, generosità, solidarietà, il cuore pulsante del territorio.
Oggi vogliamo provare a scoprire cosa vuol dire vivere qui dai testimoni diretti, i cittadini.
Se in 50 anni il quartiere, non più tanto nuovo, oramai denso di anziani, risulta ancora vivibile, piacevole e creativo, oppure estraniante? Qualcosa è cambiato?
Speculazione edilizia, carenza di servizi, distanze, traffico, ma tanti parchi e tanto verde, abitazioni ampie e luminose,
L’idea di raccontare Storie di Quartiere era già nata a Roma, per esempio nel quartiere Appio Latino dove emergeva una sorta di genius loci (dal latino spirito del luogo).
Così abbiamo pensato di proporre la ricerca di storie anche nel nostro territorio, Borgo Tor Carbone, Fotografia, Roma 70, Rinnovamento, Il Sogno, come ci viviamo? Abbiamo sviluppato radici, storia, sicurezza, identità? Le persone che abitano o lavorano qui ci stanno bene?
La ricerca del genius loci ci ha portato proprio dentro la Storia del nostro quartiere:
• Le storie di Carlo, un bambino fortunato che vive immerso nella natura.
• La storia di chi ha preso parte alla costruzione dei nuovi quartieri, i nonni di Marco.
• La natura si riempie di case, la storia di Daniela.
• Ho compiuto 5 anni in questo quartiere. La storia di Fabiana.
• Arriva la neve! L’imbiancata del 3 febbraio. Poesia di Maria Paola.
• Tanti ricordi di Maria Paola.
• I figli crescono e Maurizio ci racconta la vera storia del campetto di Piero.
• La passeggiata prende il cuore di Paolo e anche il nostro…
• Bruno ci racconta come nasce il Comitato di quartiere, in un parco.
Regalami una storia
FRAMMENTI
IL PICCOLO BORGO
Carlo
IL PICCOLO BORGO
Carlo
1. Premessa
Oggi mangiamo ranocchie!
Così esclamò, appena sveglio, mio padre, in una mattina di aprile di tanti anni fa; potrebbe essere stato nel ‘58 oppure ‘59, ma tanto che importa, a sì tanta distanza di tempo gli anni si assottigliano e perdono di peso, si fondono l’uno con l’altro che per quanti sforzi fai non riuscirai mai ad indovinare quello giusto.
Insomma quella esclamazione da mangiare a pranzo mi stupì non poco; era la prima volta che lo vedevo così deciso, baldanzoso, quasi volesse mostrarmi la sua abilità in campi diversi dalla meccanica motoristica. Non dissi nulla, ma tra me e me riflettevo che mai prima di oggi aveva espresso il suo gradimento sul pasteggiare a ranocchie.
Chissà perché, che gli era preso?
E poi, mangiare questi simpatici animaletti verdi e scivolosi, amanti dei fossi di acqua e mangiatori di insetti, concertisti eccellenti nell’arte del gracidare, per noi si tanto difficile, che nelle notti con o senza luna, usando una sola nota e ritmo binario intonavano canti sublimi per loro, e di dannazione per chi viveva vicino e doveva dormire pur col sonno leggero, non mi pareva una gran cosa, una cosa di cui vantarsi in seguito con gli amici come sarebbe accaduto se la preda fosse stata, che ne so, un cinghiale abbattuto a pugni, oppure un pescione da 30 kg tirato su a mani nude senza alcun aiuto.
2. La famiglia Petrini/D’Alessio e il Piccolo Borgo
A quell’epoca la famiglia Petrini/D’Alessio composta da mio padre Adamo, mia madre Giustina, mio fratello Augusto (dopo il 1954) e naturalmente da me, Carlo, viveva (dal 1948 al 1959) in un minuscolo appartamento all’interno di un altrettanto piccolo borgo sorto a partire dagli anni ‘30, sviluppatosi poi nel tempo, sino a contenere negli anni ‘50-’60 non più di una ventina di famiglie.
Il borgo era ed è ancor oggi racchiuso nell’angolo composto dalle vie Ardeatina e di Tor Carbone, e formava come oggi (i confini sono sempre gli stessi) una sorta di rettangolo di circa 300 per 400 metri. La sua principale caratteristica era quella di avere per vicino un ufficio comunale “il Dazio”, rosso fiammeggiante, messo proprio all’incrocio delle due strade, tanto significativo da dare il nome a tutto il complesso, di modo che gli abitanti per indicare dove vivevano dicevano semplicemente “ar Dazzio” o molto meno comunemente “al Dazio”.
Non ci mancava nulla; c’era un negozio di alimentari dove mamma e le altre vicine si rifornivano, una tabaccheria che includeva anche una merceria e faceva pure da cartoleria per i quaderni, penne, pennini per l’inchiostro, carta assorbente, matite e tutto quello che serviva per la scuola. I quaderni avevano la copertina nera lucida, con i bordi dei fogli di color rosso, le matite per disegnare erano Giotto. Si usava, con Sora Nannina e Carolina (figlia), proprietarie del negozio, stante il boom economico di là da venire, annotare le spese degli acquisti alimentari quotidiani e pagare poi a fine mese.
Non mancava l’osteria di Semme, dove alla bisogna si poteva anche mangiare, serale rifugio tranquillo per i padri e i girandoloni locali; ogni sera si svolgevano partitelle al sapore di mezzo litro e una gazzosa, ad ogni tavolo c’erano quattro giocatori e altri otto all’intorno a tifare e a sottolineare che se avessero avuto quelle carte, loro, avrebbero certamente fatto diversamente e assai meglio.
Di fuori le mamme tutte discorrevano tra loro e noi ragazzini ci ingegnavamo ogni sera a trovare un passatempo diverso per tirare in lungo, prima di coricarsi, alla luce delle lucciole.
3. Venditori ambulanti
Non mancavano gli ambulanti, vere figure iconiche.
Paolo il “fruttarolo”, appena sistemata la merce in bella vista sul suo camioncino, se ne andava poi per il borgo in lungo e in largo cantando con voce di tenore la bontà dei vari frutti di stagione tipo – donne belle ciavemo le pesche profumate, le mele der trentino e che mele!, daje, su, che sò arivatooo!, e che limoni! pare che parleno, annamo-o, che me ne vadoo-o!-.
Fernando, col suo furgone chiuso e grigio con lo sportello scorrevole a sinistra, sempre elegante, con i folti capelli brizzolati sistemati con la famosa brillantina Linetti, vendeva le stoffe di ogni tipo, bottoni, fili per cucire, merletti, nastri, elastici e tutto quanto fosse necessario per un corretto e alla moda abbigliamento.
Naturalmente, in quanto sarta, Fernando tra gli altri era quello di maggiore interesse per mia madre che di volta in volta ordinava taluni articoli per il suo lavoro. In caso di stoffe alquanto costose immancabilmente Giustina dopo averla saggiata, accarezzandola più volte con le sue mani delicate e sensibili, averne sentito il profumo accostandola al suo dolce viso, deciso che si il prodotto andava bene, e non restando che pagare assumeva, senza alcuna evidenza esteriore, la posa e la grinta di un cavaliere medievale a cavallo un istante prima dello scontro col nemico a colpi di alabarda.
***
Che tempi! Quanto era bello!
Il problema di uno era il problema di ciascuno di noi. Avevamo tutto e allo stesso tempo non avevamo nulla.
Oggi, tutto è scomparso.
Quanto ricordato rimane solamente nella memoria di noi pochi, di quelli che in quegli anni ‘50 giravano con i calzoncini corti e si divertivano correndo per i prati incontaminati appresso alle lucertole e ai sogni della dolce infanzia.
4. L’appartamento natio
Qui, venni alla luce il 23 febbraio del 1949, era di notte, un mercoledì freddo come poteva essere un giorno di febbraio del ‘49. Un freddo d’altri tempi che si sentiva in ogni centimetro della pelle e in ogni alito del respiro, non come oggi che nello stesso periodo, causa il riscaldamento globale dicono, già troviamo i prati in fiore e la mimosa sfoggia orgogliosa con due settimane di anticipo i suoi preziosi e profumatissimi fiorellini gialli.
Papà Adamo mi raccontò, poi, più volte nel corso della sua vita che quella notte si era fatta prestare la motocicletta, non ricordo da chi, per andare a cercare la “levatrice” che viveva e certamente dormiva tranquilla in una casetta nei dintorni.
Immagino, con un brivido, il gelo sopportato sia all’andata e ancora al ritorno dopo il “lavoro”.
Forse da ciò deriva almeno in parte un tratto del mio carattere, a volte freddo e distaccato.
Mah, chissà!
Augusto, invece, nacque a fine luglio del 1954 ma in città, in un appartamento dell’ I.N.A. casa sulla via Tuscolana, dove la famiglia dei miei nonni Vittoria e Giovanni Battista e i loro tre figli (di cinque) non sposati si erano trasferiti da poco tempo. Giustina se lo ricordava bene quell’evento avendo messo al mondo un pupone di 5 kg!
Il piccolo appartamento era composto da ben due stanze, cucina e camera da letto, che oggi definirei a geometria variabile per la flessibilità e la adattabilità a molteplici funzioni diverse da quelle tipiche delle abitazioni.
Nella camera da letto si dormiva, dopo il 1954, in quattro su due letti separati (almeno questo), i genitori sul letto matrimoniale e Augusto ed io su un lettino attaccato alla parete subito a sinistra dopo l’ingresso nella stanza venendo dalla cucina. La postura notturna per noi ragazzini era dunque sul lettino uno di testa e uno da piedi; all’epoca non eravamo certo i soli tra le famiglie conosciute ad adottare siffatta tecnica.
C’era una unica finestra, stretta, alta sul muro che non ci si poteva affacciare, dava direttamente sul cortile, e consentiva a noi di avvertire i rari passanti solo dal rumore dei loro passi e dal minuto chiacchierare.
La cucina poi dava direttamente sull’ampio cortile polveroso, luogo di giochi, di baruffe tra ragazzini, di incontri di madri per qualche scambio di parole, di passaggi di mezzi di locomozione. Quando questi ultimi si verificavano allora il cortile, soprattutto nella bella stagione, veniva inondato da nuvole di polvere fine, nocciola chiaro, che non trovava nulla di meglio che di infiltrarsi sotto il portoncino del nostro uscio e depositarsi dopo allegramente sulle stoviglie, piatti, bicchieri e pavimento e tutto quel che ci stava sopra.
Subito mia madre correva ai ripari, e per proteggerci dalla polvere usciva da casa con un secchiello pieno di acqua e inumidiva il terreno con rapide manate di liquido sino a smorzarne la voglia di alzarsi di nuovo in volo.
L’acqua così preziosa non l’avevamo in casa. Essa sgorgava cristallina tra mille zampilli da una grande fontana all’aria aperta (costruita nel 1948) a tre vasche a pochi metri dal nostro portoncino. Veniva giù da un nasone di metallo tra il grigio e il marrone, due ferri paralleli montati sulle due sponde della prima vasca facevano da sostegno ai recipienti per la sua raccolta. Noi utilizzavamo un grande secchio zincato grigio, lucente, pesante già vuoto, lo lasciavamo lì e dopo pochi minuti Giustina usciva e lo portava in casa, a volte provava la sorpresa di trovare nell’acqua piume di piccioni e altro di colorazione bianco-grigio e profumo acuto e intenso, di proprietà dei nostri locatori, e allora stizzita verso i proprietari dei volatili, ma sempre con saggia pazienza, svuotava il secchione e attendeva vigile al suo nuovo riempimento. Non mi soffermo sul fatto che gli stessi volatili nelle loro generazioni, alloggiati proprio sopra l’uscio di casa lasciassero cadere, seppur senza alcuna colpa e totale innocenza, di tanto in tanto penne e le cose già dette sulle teste di noi inquilini.
La fontana era principalmente dedicata al bucato, le lavatrici erano di là da venire. Mia madre per via di un suo problema di salute che le impediva di mettere le mani nell’acqua gelida pagava la madre di un mio compagno di scuola, Nando, per aiutarla, alla bisogna.
Anche il bagno era fuori, mamma Giustina mi diceva che era meglio, più igienico, e d’altra parte non me ne sono mai lamentato, in fondo se te lo trovi alla nascita, poi perché pensarci sopra.
Al mattino presto prima di uscire per la scuola elementare Tor Carbone Pollaio distante circa mezzo chilometro, e dopo aver liberato la cucina dalla motocicletta di papà Adamo messa dentro la sera prima, la cucina tornava ad essere una cucina e la famiglia con mamma Giustina e il fratellino Augusto (dopo il 1954) si radunava attorno ad un bel tavolino di legno, con tanto di lastra di marmo grigio con venature bianche come fosse di Carrara, per la consueta colazione; orzo caffè-latte e fette di pane bianco locale, qualche volta avevamo anche i biscotti, costituivano la nostra abituale dieta mattutina. In alto, su una credenza tra il verde e il bianco, sommessamente, Natalino Otto ci allietava da una radio Geloso (dalle lucine sul vetro con i nomi di tutte le stazioni radio) con la sua voce da usignolo.
A volte Adamo non era presente alla colazione poiché aveva un lavoro che comportava la turnazione e quindi o ancora dormiva o semplicemente era già uscito per il lavoro.
5. Sartoria e cucina
Intorno alle nove arrivavano in casa due ragazze, a volte anche quattro, Savina, Marcella, Marisa, Antonietta che aiutavano mia madre a cucire gli abiti essenzialmente per le donne del luogo, ma anche per quelle che vivevano nei casali e gruppi di case dispersi nella campagna all’intorno. Così mentre lavoravano, imparavano il mestiere di sarta, oggi così raro, seppur negli ultimi anni molte donne e ultimamente uomini per lo più immigrati abbiano aperto piccole sartorie.
Le ragazze vivevano lungo le vie della Cecchignola, Ardeatina, Grotta Perfetta; quando venivano in bicicletta, ricordo che tentavo, sempre non visto, di fare alcuni giretti intorno al piazzale principale del piccolo borgo.
Ancor oggi, parlando con le coetanee di Giustina (sempre più rare, mia madre è scomparsa a luglio 2017 a 95 anni suonati) scopro con piacere che alcune di loro se la ricordavano molto bene in quanto avevano lavorato e appreso il cucito da lei.
La cucina quindi è una sartoria fino all’ora del pranzo, le ragazze tornavano a casa e io rientravo dalla scuola. Nel periodo estivo spesso le lavoranti, complici i giorni più lunghi, dopo un sudato panino si attardavano al lavoro almeno sino alle quattro.
Lo svolgimento dei compiti assegnatici dal maestro prendeva una breve parte del pomeriggio (non si lavorava molto a casa) e io li facevo appoggiando i quaderni su un pezzetto di tavolo rubato alle vesti in lavorazione per il taglio.
Poi, via! fuori nel cortile, dove tutti gli amichetti già scalpitavano per organizzare i giochi consueti, tanto per citarne alcuni, a palline (biglie di vetro), con le figurine dei calciatori, al giro d’Italia con i tappi della birra Peroni, a sotto-muro con le piastrelle. Spesso invece ci allontanavamo dal Piccolo Borgo e correvamo liberi col sole in fronte sui prati circostanti alla ricerca di lucertole, uccelletti, frutti selvatici e non.
Il fosso di Sant’Alessio (per noi marana) era un grande e periglioso canyon americano da vincere, dove cow-boys e indiani lottavano senza sosta e ci dividevamo e ciascun gruppo urlava a perdifiato per incitare i compagni a replicare le gesta vedute nella tv dei ragazzi. Sovente il ritorno a casa era turbato dai genitori che viste le ginocchia graffiate, gli abiti pieni di terriccio e i volti rossi di sudore non mostravano alcun orgoglio per le gesta dei rampolli e nemmeno lesinavano alcuni sberloni ritenuti doverosi e certamente educativi secondo le usanze di allora.
6. La moto Gilera 150
Nel tardo pomeriggio anche mio padre tornava dal lavoro. La sua moto Gilera 150, rombante come un aeroplano si avvertiva almeno da mezzo chilometro, in particolare stante lo scarso inquinamento acustico l’udivo già quando arrivava all’incrocio dove la via di Grotta Perfetta scende e si affaccia sulla via Ardeatina. Certo allora il traffico di oggi semplicemente non esisteva e i suoni seppur esigui si propagavano mescolandosi solo ai leggeri zefiri pomeridiani e a qualche cinguettio errante.
La sera scorreva veloce. La cena, la chiacchierata o la partitella a briscola o a scopa di papà bagnata dal solito quarto e una gazzosa all’osteria; l’ultimo conciliabolo di mamma con le amiche di sempre, per noi l’ultima scorribanda del giorno.
Ora la cucina diventava suo malgrado una moto-rimessa-officina.
Spesso, essendo Adamo un meccanico di fama (aveva tutto un passato volto a riparare autocarri, automobili e anche motori di aerei e comunque tutto ciò che si muoveva con motori a scoppio) dovendo assicurare la manutenzione alla moto non aveva di meglio che eseguirla in cucina.
Ricordo ancora, anche di sera, il frastuono borbottante che si spandeva per tutto il borgo, la moto, messa al centro della stanza con il tubo di scarico allineato verso la porta dell’uscio aperta, ad ogni accelerata per controllare la carburazione o la pulizia delle puntine di accensione sembrava un drago fiammeggiante e fumoso che urlava con voce roca piena di dolore e impotente a ribellarsi.
Ed io, di lato, guardavo, imparavo, ma soprattutto stavo in silenzio perché se qualcosa andava storto, e a volte succedeva, ci potevo guadagnare anche qualche scappellotto.
7. Dopo qualche divagazione si torna alla spedizione
Sia come sia, per sfruttare il fresco della mattina ci apprestammo rapidamente ad intraprendere la grande battuta di pesca-caccia, in una mano il capace secchio per stipare le prede, nell’altra un bastone per vincere le asperità del lungo viaggio.
Una cosa su tutte che non mi era chiara era capire con quale strumento Adamo volesse impadronirsi dei minuti anfibi, non vedevo alcun retino come si faceva con le farfalle e come ritenevo fosse necessario.
Forse papà voleva farmi una sorpresa e svelare il suo genio così all’impronta, appena giunti sul luogo di predazione.
Con fierezza prese con sé anche una lunga e robusta canna di bambù (in zona c’era e ancora esiste un grande canneto), un coltello da cucina, un po' di fil di ferro, e qualcosa altro che ripose in una sacchetta a tracollo.
Mah, pensavo, mica le vorrà prendere a mani nude!
Appena pronti dovevamo decidere dove andare, la scelta fu facile poiché in zona c’erano solo tre fossi, quello del Castello della Cecchignola però asciutto al di fuori dell’inverno, quello di Tor Carbone ricco d’acqua perché si diceva fosse alimentato da qualche sorgente ma piuttosto fuori mano e quello di Sant’Alessio che scorreva a pochi passi dal bordo del Piccolo Borgo e che arrivava, costeggiando la via di Vigna Murata sino alla via Laurentina.
Questo è oggi intubato, ma visibile sino a perdita d’occhio a partire da 100 m circa dalla rotatoria nel verso della via Appia Antica, in disparte sulla destra della via di Tor Carbone.
Il fosso nel suo percorso nelle stagioni non piovose, era caratterizzato da tratti asciutti e altri con poche decine di metri con un po' di acqua sufficiente comunque ad ospitare le ranocchie e le miriadi di insetti e animaletti di ogni sorta, anfibi e non. Ai bordi dell’alveo e sulle spallette cresceva in accordo con le stagioni una vegetazione variegata e copiosa, sterpi, siepi, rigogliose piante di ortica, biancospini, roselline selvatiche a piccoli grappoli, rovi attorcigliati e ingarbugliati da non poter passare indenni, rami pendenti dagli innumerevoli alberi e alberelli di ogni tipo abbarbicati l’uno all’altro.
Ancora negli anni ‘50 e fino ai primi anni ‘60 il fosso, a cielo aperto per tutta la sua lunghezza, attraversava, provenendo dalla via di Tor Carbone, la via Ardeatina passando sotto un ponticello alto quanto bastava a noi dodicenni a non urtarlo con le teste. Dopo il ponte, girava a destra per pochi metri e continuava poi a sinistra per diversi chilometri sempre affiancando il bordo dei terreni dell’Istituto Tecnico Agrario G. Garibaldi.
La via di Vigna Murata nella sua ampiezza non era come appare oggi, la carreggiata coincideva grosso modo con la sola corsia di sinistra guardando la via Laurentina e il primo tratto di un centinaio di metri era discosta dal fosso di almeno una ventina di metri con il terreno tra i due rialzato allo stesso livello della sponda sinistra. In sostanza la Vigna Murata fu ricavata da un terrapieno che in tempi forse risalenti agli anni ‘30-40 comprendeva ancora buona parte dei terreni all’intorno.
Tutta la zona fu scavata per l’estrazione di pozzolana necessaria all’industria edile per la realizzazione degli innumerevoli palazzi che da allora in poi caratterizzeranno il panorama romano delle periferie urbane.
8. Si torna di nuovo alla spedizione
Ma torniamo alla nostra spedizione.
Ci incamminammo sulla strada deserta, non c’era anima viva, la giornata era bella e il sole cominciava a farsi sentire con forza sulle nostre teste. Dopo un paio di minuti arrivammo all’inizio di un filare di pini che costeggiavano allora come oggi a sinistra la strada. L’aria era pulita e profumata dalle essenze calanti dalle chiome dei grandi alberi.
Proprio in questo punto, dall’altra parte della via esisteva un ponticello che scavalcando il Fosso di Sant’Alessio consentiva l’ingresso al già citato Istituto Agrario. Il passaggio era ben noto ad alcuni miei compagni di classe che vivevano in alcuni casali ubicati a sinistra della strada, per raggiungere più facilmente, ogni mattina, la Scuola Elementare Tor Carbone Pollaio, situata all’interno dell’Istituto, poco dopo il passaggio sotto il grande e imponente portale di color rosso, ancor oggi visibile ma non più utilizzato, che alla convergenza della via di Grotta Perfetta con la via Ardeatina costituiva l’ingresso principale dell’Istituto.
Sotto il ponticello l’alveo piuttosto ampio e profondo era quasi sempre pieno di acqua, grazie forse a qualche rigagnolo proveniente dall’Agrario o a qualche piccola sorgente che si vagheggiava dovesse trovarsi in una segreta fenditura del terreno circostante. In realtà la presenza d’acqua con molta probabilità era dovuta alla presenza di ampie coltivazione di ortaggi che necessitavano di copiosi sistemi di irrigazione in specie nelle stagioni poco piovose.
Pur ricco di ranocchie il luogo non era adatto tatticamente ad affrontarne la cattura; le sponde troppo scoscese e scivolose non erano praticabili e non valeva la pena di rischiare il bagno nell’acqua certamente melmosa.
Ancora qualche centinaio di metri e arrivammo alla casa cantoniera, sulla destra, di color rosso, dove viveva una famiglia incaricata della manutenzione dei canali di scolo della Vigna Murata.
La figlia maggiore Laura era stata qualche anno prima una mia compagnuccia all’asilo Carlo Scotti della Parrocchia dell’Annunziatella e la mamma era anche una cara amica di mia madre.
La grande casa era situata più o meno all’altezza del grande supermercato che dall’alto di un parcheggio sopraelevato domina oggi la strada. Compresa tra la via dove si affacciava e il fosso sul retro era semplicemente isolata in quanto quasi tutti i terreni circostanti erano utilizzati per coltivazioni e allevamenti di suini e al di là del fosso si estendevano, come ora, i terreni dell’Agrario.

Ricordo che qualche anno dopo tornando a piedi dalla scuola media dell’EUR, quando le circostanze lo esigevano, da solo, provavo una certa apprensione nell’approssimarmi alla casa in quanto i cani lupo di guardia iniziavano a latrare e ringhiare ben prima che fossi giunto in prossimità.
9. Arrivati sull’obiettivo. Studio del territorio.
Il luogo dell’attacco era ormai vicino e difatti lo raggiungemmo in pochi minuti.
Esattamente era situato alla confluenza della corsia centrale della Vigna Murata con la corsia destra realizzata per consentire poco prima la svolta a sinistra su via Gradi per l’accesso al grande quartiere.
Oggi tutto è scomparso, il fosso interrato e le acque limpide che vi scorrevano gaie non vedono più il cielo. Unica testimonianza del glorioso passato sono rimasti i filari di canneti che ancora accompagnano il corso d’acqua per tratti della sua lunghezza a partire dalla grande rotatoria.
Qui il fosso era meno selvaggio, le due sponde digradavano dolcemente verso il basso e la vegetazione di canne e altre piante che popolavano i corsi d’acqua era piuttosto contenuta, l’acqua era pulita, limpida da poter vedere chiaramente il fondo pieno di ciottoli e di sabbia nera.
Le ranocchie c’erano e come!
Se ne stavano lì paciose, allungate sulla terra umida, al sole mattutino, talune a mollo avevano solo la testa fuori dell’acqua altre ancora stese sull’acqua o su foglie acquatiche di tanto in tanto scivolavano giù mollemente e riapparivano dopo pochi secondi un po' più in là, tanto per sgranchirsi le lunghe e smilze zampe.
Ce n’erano di taglia piccole, medie, grandi, di verde chiaro con striature cupe, quasi marroni, altre giallastre con la pelle merlettata, maculata, macchiata come quando i bambini giocano con i colori e se li passano dalle mani alle braccia fin sopra i vestitini.
Tutte comunque fasciate dalla testa in giù da una sorta di striscia seghettata e arabescata con un color arcobaleno steso con un pennello da una mano tremante.
Le piccole, più frenetiche come giusto che sia considerando che anch’esse abbiano le stagioni di sviluppo, infanzia, adolescenza e così via, le medie più curiose e attente a trovare la giusta posizione, a mostrarsi in una certa maniera ammiccando qua e la, si sa anche per esse vale l’universale necessità di trovarsi una compagnia per metter su famiglia, anche un pò sfidanti come giovinastri al bar di pomeriggio in gruppetti alla cerimonia dell’apericena, le grandi naturalmente dall’alto del loro vissuto, contenute, con lo sguardo di chi la sa lunga e sa bene come comportarsi in società.
Notai osservandole attentamente che tutte senza alcuna eccezione si spostavano in acqua rigorosamente e con grande maestria solo nello stile a rana!
Certo le poverine non si avvedevano per nulla del proditorio attacco che mio padre stava per scaricargli addosso.
10. Preparazione delle armi e attacco.
Bene, sistemati per benino su un fianco del fosso, con i piedi ben puntati per non scivolare in acqua, mio padre con orgoglio e grande autorevolezza iniziò a preparare l’arma finale che avrebbe riempito per giorni i piatti all’ora di pranzo.
Però, ancora non riuscivo a capire in che modo avremmo catturato i piccoli anfibi, non vedevo nulla che avesse una pur minima sembianza con qualche attrezzo atto alla caccia o pesca.
Ma, ecco, apre la bisaccia, vi infila la mano e dopo aver rovistato all’interno estrae compiaciuto con grande soddisfazione l’oggetto misterioso. Non credetti ai miei occhi: la super arma era una semplice forchetta da cucina!
Subito, la prese con decisione e la legò strettamente, con il fil di ferro che aveva nella sacchetta, all’estremità della canna di bambù: be’, aveva costruito una baionetta!
La rimirò facendola ruotare tra le ruvide grandi mani, ne saggiò la tenuta, verificò la flessibilità della canna, l’acutezza dei lunghi denti di acciaio, l’equilibratura quasi fosse un antico soldato romano nel momento dell’attacco col giavellotto e soddisfatto si piantò a mezzo fianco del fosso in un punto abbastanza prossimo all’acqua e sufficientemente stabile per poter tranquillamente operare con le braccia, la testa e tutto il resto.
Emozionato, mi dette un’ultima occhiata come a dire - adesso ti faccio vedere io – individuò la prima rana che se ne stava tranquilla a prendere il sole e a portata di forchetta e con maschia eleganza spinse repentinamente in basso la baionetta.
11. Sorpresa.
Non accadde nulla di significativo, con grande stupore scoprì il principio fisico per cui una rana colpita sul dorso da una forchettata non viene bucata bensì viene solo spinta giù nell’acqua ad una profondità grosso modo proporzionale alla forza impressa e inversamente proporzionale alla superficie della pancia e alla spinta di Archimede.
Il seguito fu veramente comico, per quanti sforzi facesse, primo non riusciva quasi mai a centrare le ranocchie con la giusta inclinazione, secondo stante la postura barcollante la forchetta nove volte su dieci colpiva sempre l’acqua attorno al bersaglio e quella sola volta che accadeva, come pocanzi detto, le rane erano solo infastidite e semplicemente o andavano un tantino in giù o le punte della forchetta scivolava via sul dorso umido e lucente.
Insomma, dopo un po' le sperate prede nemmeno si spostavano più, cessata la breve turbolenza dell’acqua battuta si riposizionavano beffardamente esattamente come prima.
Naturalmente non dissi nulla e sostenni vigliaccamente che era stato solo questione di fortuna e che poi il giorno scelto non era adatto alla pesca.
Intanto si era fatta quasi l’ora di pranzo e occorreva rientrare a casa; avevamo davanti almeno un chilometro di cammino.
Un po' delusi raccogliemmo le poche cose sparse qua e là, il secchiello per le ranocchie, mio padre disarmò la lunga canna e ripose nella sacchetta la preziosa forchetta d’assalto certamente più idonea a catturare maccheroni.
Devo dire che comunque mi ritrovai alquanto sollevato dal non dover assistere al truce spettacolo dell’inforchettamento dei piccoli anfibi; in fondo ero un ragazzino mite e sarei rimasto perturbato da sì crudele esibizione.
12. Si torna a casa.
Riprendemmo mesti la via del ritorno, ripassammo davanti alla rossa casa cantoniera con accompagnamento di latrati e ringhi dei cani di guardia e arrivammo al ponticello che portava all’Istituto Agrario. Lì salimmo sul terrapieno che separava il Fosso di Sant’Alessio dalla via di Vigna Murata. Il prato soprastante era tutto verde, pieno di erba incontaminata e colorata da fiorellini di ogni tipo e grandezza, e guarda caso, tra una pedata e l’altra Adamo scoprì la cicoria, bella, grassa, di leggera peluria, con le foglie a pettine, distesa al sole ormai cocente a suggere ogni energia dalla terra calda ma soprattutto ferma, immobile, incollata al terreno, senza via di scampo.
Subito comprese come vendicarsi del fato così ostile al prelievo di rane per scopi culinari e immediatamente sostituì il grido del mattino con “oggi mangiamo cicoria”.
Con veemenza, soddisfatto della trovata che avrebbe in più salvata la giornata, agguantò il coltello e si avventò sulle povere piante. Certo, dobbiamo riconoscere che la cicoria per sua natura non fece grande resistenza, si lasciò recidere il gambo stoicamente senza un lamento e finì nel secchiello delle rane; dopo una decina di minuti questo era pieno e ben adeguato per un consumo di svariati giorni.
Arrivati a casa mamma Giustina mi sembrò anche lei soddisfatta dello scambio cicoria-rane, anche perché non avrebbe saputo né pulirle né tanto meno cucinarle.
Dopo alcuni giorni di pioggia mio padre vide che il terreno e alcune piante dal lungo gambo come i cardi si erano ricoperte di lumache. Si trovavano abbarbicate a decine ai fuscelli e quelle più grandi come i castratelli, tutti marrone, li incontravi in abbondanza a scorazzare per i sentieri umidi e terrosi.
Così un mattino, sul presto, appena alzato papà mi disse: Carlo dai!, andiamo a cercare le lumache!
Che volete le distrazioni all’epoca non erano poi come oggi dove hai una infinità di cose da fare, e risposi naturalmente di sì.
Per farla breve ci recammo, sempre seguendo la via di Vigna Murata, verso il campo di ulivi antistante il ponticello sul Fosso di Sant’Alessio dove erano state avvistate grosse colonie di lumache.
La caccia fu alquanto proficua e dopo un paio di ore si decise di rientrare anche per poter anticipare il lavoro di spurgo che di massima durava una settimana.
Adamo restò molto soddisfatto e, anche se ogni tanto qualche castratello più scaltro degli altri se la svignava inosservato, il bottino fu ricco.
Ma questa è un’altra storia.
Regalami una storia
NONNA, MI PORTI A GIOCARE?
Marco
Marco
Le mie giornate a casa di nonna Giovanna e nonno Pietro, in via Cechov, iniziavano più o meno sempre così. Erano gli anni ’80: nonno aveva meno di sessant’anni, usciva presto per andare in cantiere. Mastro Pietro aveva costruito, da capo cantiere, mezza Roma dell’epoca, inclusi i quartieri Roma 70 e Rinnovamento. La casa dove viveva con la moglie Giovanna non faceva eccezione.
Primo di dieci figli, amava ripetere che per i suoi diciotto anni a Roma c’erano stati dei fuochi d’artificio memorabili. Erano le bombe degli Alleati.
Nonna era più introversa, amava stare in silenzio, e il bambino che ero — come l’adulto che sono diventato — non aveva paura di colmare quei vuoti con la fantasia e con i propri pensieri. Ma ero pur sempre un bambino, e giocare all’aria aperta negli anni ’80 era una necessità quando la noia raggiungeva picchi insostenibili.
All’epoca le giornate di nonna erano già scandite dalla programmazione TV. Prima delle serie televisive moderne, prima di Netflix, Disney+ e Amazon Prime, le soap opera tenevano incollate le casalinghe italiane allo schermo. Guai a saltare una puntata: nel ritmo lento e ipnotico con cui scorrevano sullo schermo “Febbre d’amore” e “Sentieri”, poteva capitare che la programmazione inserisse all’improvviso un colpo di scena. Non esisteva Internet per recuperare la puntata persa. Ogni episodio era vissuto come una finale di Coppa dei Campioni. Irripetibile.
Se quindi, nel breve periodo, non c’era nulla che interessasse a nonna, si poteva uscire.
La discesa di Calderón de la Barca non era una strada; onestamente non ricordo nemmeno se ci fossero le abitazioni che oggi chiamiamo “i gradoni”. Vivevo con i nonni in maniera sporadica: i miei ricordi si fanno vividi su alcune cose, buio totale su altre.
Ricordo però la discesa, che al ritorno diventava una salita parecchio faticosa e che alla fine della discesa, dove nonna mi portava a giocare, c’era erba alta ovunque. una porta da calcio in mezzo al niente. Lì spesso giocavo da solo; a volte vedevo altri bambini, ma non ero socievole. O meglio, ero timido, e nonna questa cosa non la accettava: semplicemente mi prendeva per mano e faceva le presentazioni.
Una volta sciolto il ghiaccio, mi lasciava giocare; tirava fuori il suo coltello e la sua busta e cominciava a dar la caccia alle erbe buone da mangiare che poteva trovare in quei campi incolti.
Anche con nonno passavo giornate intere. Ripensandoci oggi, quando succedeva era perché non lavorava: la domenica o qualche altro giorno di festa. Nonno lo ricordo quasi sempre calmo e gentile, almeno con me. Capitava a volte che mi portasse a trovare un suo amico che viveva nel parco del Forte Ardeatino: Natalino. Viveva in una casa dove oggi, nel parco, ci sono i giochi per i bambini.
Mi ricordo che non riuscivo mai a sostenere il suo sguardo: non lo guardavo mai direttamente. Aveva un difetto della pelle — oggi so che è la vitiligine — ma all’epoca quel contrasto tra zone di pelle bruciate dal sole e altre completamente bianche mi procurava un disagio insopportabile. Però ricordo la gentilezza delle conversazioni: anche se da bambino non capivo molti discorsi, mi piace pensare che parlassero del più e del meno, come facciamo oggi. Ma senza fretta, senza quel senso di urgenza, di impegno improrogabile che oggi, da adulto, sento ogni singolo giorno.
Mi mancano quei giorni, mi manca quella spensieratezza e quella tranquillità che lo stare con i nonni mi trasmetteva.
Arrivare a casa di nonno e nonna era per me una festa. Sapevo che sarei stato bene: i nonni facevano i nonni — un po’ mi coccolavano, un po’ mi viziavano. Nel viaggio in macchina dalla casa dei miei a casa loro c’era un punto di riferimento che mi faceva capire che eravamo arrivati. La chiamavamo “la saponetta”. È la scultura di Luigi Gheno che si trova all’altezza della fontanella, di fronte a quello che oggi chiamiamo il campo di Piero. Ho scoperto da adulto che si intitola Germinazione e mi piace pensare che l’idea di vivere nel quartiere si sia impiantata nella mia mente anche grazie a quella scultura.
Nonna non c’è più dal 1990. Nonno dal 2002. Sono stati i primi grandi dolori che la vita mi ha fatto sperimentare.
Adesso vivo nella casa in cui vivevano loro: una casa piena di ricordi. Grazie a mia moglie, ai nostri figli che sono nati e stanno crescendo tra queste mura, sento ormai di appartenere definitivamente a questo quartiere, che ho amato da bambino e in cui oggi amo i miei bambini.
Regalami una storia
CAMBIAMO CASA
Daniela
Daniela
Era il 1984 quando noi tre, anzi noi quattro, io mio marito mio figlio e il cane, ci trasferimmo a Roma 70.
La scelta era stata dettata dalla necessità di avvicinarci quanto più possibile alla sede di lavoro che per entrambi era la Direzione Generale dell'INPS all'EUR.
Il quartiere ci era del tutto sconosciuto. Avevamo abitato qualche anno in un piccolo attico tra San Paolo e ponte Marconi con un bellissimo terrazzo panoramico e niente ascensore ma venivamo da zone di Roma molto diverse, io da p.zza Bologna e Mario, mio marito, da Monteverde.
La nostra poliedrica città ci propose un contesto urbano molto diverso dalle nostre realtà precedenti: pochissimi negozi, strade in costruzione e tantissimo verde.
Le mie finestre, al quinto piano, affacciavano sulla pineta del forte ardeatina, sopraelevata rispetto al terreno sul quale sarebbe poi stato costruito il Centro commerciale I Granai.
Quel terreno, in quegli anni, veniva coltivato. Dalla primavera maturava il grano con le spighe dorate e il rosso dei papaveri mentre per l'inverno si trasformava in un ondeggiante mare verde di broccoletti. Ricordo che la raccolta dei broccoletti veniva effettuata con le macchine agricole che tagliavano le piante senza estirparle.
Sui ceppi abbandonati però rifiorivano teneri virgulti che avevamo imparato a raccogliere. Buonissimi, quasi un regalo che ci faceva questa nuova esperienza abitativa.
La parete verticale argillosa che costituiva il dislivello tra il campo e la pineta offriva, nei suoi anfratti, rifugio e abitazione a tanti volatili, come i coloratissimi gruccioni, che vi nidificavano. La mattina ci svegliava il cinguettio di specie diverse di uccelli. Mio marito, appassionato di etologia, ne distingueva il canto e individuava l'ora del giorno che nasceva, dalle diverse espressioni canore.
Aprivano il concerto gli usignoli, primi a risvegliarsi seguiti poi tutti gli altri abitatori alati della pineta. Non mancavano, allora, neppure i predatori notturni, civette e barbagianni. Proprio un esemplare di rapace, per poco, non provocò una tragedia.
Come ho già accennato faceva parte della famiglia un cane, anzi una cagnolina di razza yorkshire vivacissima ed estremamente volivitiva che allora aveva pochi mesi. La sera mio marito scendeva con lei nel giardino condominiale dove, ragionevolmente al sicuro, la lasciava correre, libera di sfogare le sue sovrabbondanti energie ma un bianco barbagianni dal volo silenzioso la individuo' come una possibile preda e e plano' pronto a catturarla. La buona mira di Mario che gli lancio' le chiavi di casa fece fuggire il predatore ma ci mettemmo una bella paura. Ci capitò pure di raccogliere una piccola civetta che non sapeva ancora volare finita sotto una macchina. La portammo alla Lipu.
Non c'è più il grano, non i broccoletti, la parete scoscesa è coperta da una rete e non ospita più i nidi. Spariti i rapaci, i gruccioni , i pettirossi e le rondini. Ora vediamo volare esotici pappagalli e cornacchie dalla triste livrea. Il quartiere si è sviluppato, ha ampliata l'offerta di servizi e c'è sempre tanto verde, più a misura d'uomo come è giusto che sia ma a me resta una sottile nostalgia per quel pizzico di natura non addomesticata che era stata un regalo inaspettato nel lontano 1984.
Regalami una storia
HO COMPIUTO 5 ANNI IN QUESTO QUARTIERE
Fabiana
Fabiana
Ma la primissima volta che sono stata a vedere” la casa nuova” ero ancora più piccola, ricordo, non mi è piaciuta un granché…c’era ancora il cantiere e siamo entrati con papà e mamma, saltando tra calcinacci e materiale accatastato. Mio fratello aveva tre anni e correva da una stanza all’altra tutto contento, il futuro- salone in particolare gli piaceva proprio con quel muro nel mezzo dove ci si poteva rincorrere e giocare, io non lo capivo, faceva freddo e le finestre non avevano i vetri…pensavo fosse tutto sommato uno scherzo…il bagno senza sanitari ci faceva ridere e la nostra stanza che tanto avevamo sognato era uno spazio vuoto…devo dire la verità, sono stata contenta di tornare a casa mia!
Non ho vissuto il trasloco, noi bambini eravamo relegati dai nonni materni, mentre i genitori, adesso lo so, si sobbarcavano tutta la fatica. Ricordo bene il giorno che per la prima volta entrai nella “nuova casa”, in particolare rimasi da subito affascinata proprio dalla la nostra stanza, non ne avevamo mai avuto una proprio solo nostra, nella precedente casa io dormivo con i miei genitori e mio fratello nello stanzino risistemato a cameretta, perché lui dormisse solo nello stanzino e io, più grande, nella camera dei miei è un'altra storia, piuttosto imbarazzante, che non vi racconterò oggi. Ad ogni modo la nostra stanza, nella nuova casa, era davvero bella! Siamo arrivati di sera, con i nonni, i genitori stavano finendo di sistemare, c’era una luce bellissima calda e accogliente che emanava anche dalla lampadina blu, che fungeva da naso ad un buffo lumetto a forma di spaventapasseri sistemato sulla cassettiera, regalo di uno zio che veniva da lontano, c’erano i nostri lettini con le coperte decorate e tutti i giocattoli che avevamo lasciato nella vecchia casa, ordinati nelle loro “botti”, tutto era colorato e bellissimo.
I nostri mobili nella nuova casa si perdevano nello spazio più grande, e nei giorni successivi ne arrivarono di nuovi, come le grandi poltrone verdi, il tavolo della cucina con la panca a forma di “elle” e la credenza di legno, la nostra grande libreria con le ante a vetri e lo spazio per la televisione fu integrata da nuovi moduli. Gli scatoloni più grandi dei nuovi mobili li usavamo noi bambini per farne casette con tanto di finestre e porte che si potevano aprire e chiudere, il tutto riccamente decorato con i pennarelli. Il terrazzo, che mi sembrava grandissimo, si è riempito presto di piante e fiori che mia mamma curava con amore. Solo la nonna paterna che viveva con noi non è potuta venire subito, perché nella sua stanza mancava un vetro alla porta finestra e bisognava aspettare che il problema fosse risolto. Quando finalmente il verto è arrivato è arrivata anche la nonna e siamo stati al completo ed è stato davvero un nuovo inizio.
I primi tempi sono stati difficili almeno, per i miei genitori, per noi era tutto nuovo e divertente, ed era bello scoprire nuovi spazi e nuovi amici. Ad esempio, non c’era ancora l’allaccio per il telefono in casa e per chiamare i nonni bisognava andare alla gabina e c’erano lunghe file, ovviamente per noi era un’occasione di gioco mentre mamma aspettava pazientemente il suo turno.
Un po' più seria fu la questione del riscaldamento: era stato previsto un riscaldamento centralizzato per tutti i palazzi, il generatore era collocato in una specie di torre che a noi pareva altissima, posta alla fine della nostra strada, uno dei primi posti che avevamo individuato a passeggio nel nuovo quartiere.
Ricordo che proprio nelle vicinanze tra il materiale del cantiere c’era una gattina che aveva avuto i cuccioli e volevamo sempre andare lì per vederli. La torre era molto alta e aveva una forma strana, mio fratello diceva che avrebbe voluto arrampicarvisi sopra; fatto sta che, come centrale di riscaldamento, non ha avuto una buona riuscita: messa in funzione al primo freddo, inizialmente andava alla grande, tanto che in casa stavamo con le maniche corte…fino a quanto, improvvisamente, si è bloccata. Abbiamo saputo dopo che si è trattato di un problema tecnico molto grave, tanto che, a quanto ricordo, la povera caldaia una volta accesa non si era più riusciti a spegnerla e alla fine era “saltato tutto”….dopo svariati inutili tentativi di “rianimarla” ci hanno detto che dovevamo procedere a istallare ciascuno un riscaldamento autonomo. Ma prima dell’arrivo della nuova caldaia autonoma, anche questa novità assoluta per noi, ci siamo tutti dovuti un po' arrangiare.
Nei miei ricordi è stato un periodo molto divertente: eravamo attrezzati con stufette elettriche, quelle con vari elementi che si possono spostare da una stanza all’altra, la sera ci mettevamo sopra i pigiami per ritrovarli caldi. Nei primi giorni mamma ci riscaldava i lettini anche con il ferro da stiro che qualche volta, se era troppo bollente, lasciava il segno triangolare sulle lenzuola, cosa che ci sembrava davvero buffa, come pure i mattoni, presi dal cantiere e riscaldati per generare calore.
Ricordo che una zia arrivo di corsa la prima sera che mancava il riscaldamento e ci portò delle borse dell’acqua calda la mia è arancione, ce l’ho ancora! E quella di mio fratello blu! Non le avevamo mai viste e ci sono subito piaciute tantissimo. Un altro zio portò per la nonna una grande stufa, praticamente un armadietto di metallo alto come noi bambini, con dentro una bombola del gas, cosa che fece arrabbiare tantissimo mia mamma.
Se ripenso a quei giorni, non ricordo del freddo o dei disagi che sicuramente ci saranno stati, ma sono volati via come quei giorni ormai lontani, quello che è rimasto è il calore di gesti semplici e antichi, magici in un certo senso, per noi bambini, e l’amore dei nostri genitori che ci proteggeva e ci accudiva, trasformando tutto in un gioco.
Siamo entrati nella nuova casa i primi giorni di ottobre e a metà ottobre ho festeggiato con i miei genitori e tutta la famiglia il mio quinto compleanno: è stata anche una specie di inaugurazione della nuova casa, c’erano tutti della famiglia di mamma e di papà, nonni zie e zii cugini, la torta con le candeline fatta in casa, il mio vestitino nuovo e i codini per i capelli a forma di funghetto che mi facevano sentire speciale.
In seguito abbiamo conosciuto gli altri bambini del quartiere: i figli dei vicini di casa nella nostra stessa palazzina e poi piano piano gli altri, le occasioni per incontrarsi non mancavano: al supermercato, nuovo nuovo anche quello, in fila per il telefono, nelle passeggiate nel quartiere dove il cantiere era ancora in parte aperto e tra le strade da ultimare e il materiate edile accatastato non mancavano mai occasioni di incontro, di gioco e di meraviglia.
Erano tutte famiglie giovani, entrati tutti più o meno insieme, bambini davvero non mancavano. Noi siamo stati i pionieri anche della scuola elementare, allora si chiamava Area 11, oggi si chiama Europa e le medie Carlo Alberto Dalla Chiese, ho fatto lì l’ultimo anno di asilo e poi tutte le elementari e anche le medie. Ma quello di cui sono più orgogliosa e grata al nostro quartiere è la grande libertà che ha permesso a noi bambini, nei lunghissimi pomeriggi trascorsi a giocare in cortile.
Quasi da subito, sicuramente dai primi anni delle elementari, tutti i bambini godevano di una libertà oggi perduta per le nuove generazioni: i genitori ci mandava tranquillamente giù a giocare con gli amichetti, tanto nel cortile interno ai palazzi era sicuro che tanti occhi di mamme dietro le finestre ci controllavano. Certo non dovevamo allontanarci, dovevamo citofonare e avvertire se andavamo a casa di qualcuno, succedeva spesso per vedere un gioco nuovo o condividere un segreto speciale, ma per il resto era libertà assoluta. E si giocava, si giovava tanto, ci si conosceva, si litigava anche e si faceva la pace.
A volte i genitori ci mandavano a fare piccole commissioni al supermercato o a prendere il latte al bar, non era insolito che in fila per il pane e o in pizzicheria tra gli adulti ci fosse anche un bambino che a stento si vedeva dall’altra parte del banco e a volte doveva alzarsi sulle punte per farsi vedere e per ritirare il pacchetto, alla cassa bisognava fare attenzione ai soldi e al resto, contando bene tutte le monete, anche perché di solito quando tornavi a casa “il resto è mancia!”, è lì che per molti di noi è nata la prima idea di economia.
E’ nel cortile che ho imparato ad andare in bicicletta, bicicletta senza pedali, color verde acqua regalo, a punto, del mio quinto compleanno, si chiamava Diana, nome scritto in corsivo sul tubo obliquo del telaio, ne ero orgogliosissima, mio papà mi teneva per il portapacchi dietro e io gridavo “non mi lasciare”….e poi mi ha lasciato….e non mi sono più fermata! E’ nel cortile che ho conosciuto molti amici che poi sono diventati compagni di scuola e sicuramente di mille avventure, con alcuni di loro sono ancora in contatto. E’ nel cortile che è nato il mio grande amore per gli animali, i gatti randagi e i cani del cantiere tra i primi miei più grandi amici.
Mi ha dato tanto questo quartiere è qui che sono cresciuta e ho sempre vissuto è qui che sono i miei ricordi praticamene da sempre, l’eco dei miei affetti presenti e di quelli che non ci sono più, tante e tante altre cose potrei raccontarvi, dei palazzi del Sogno in costruzione, di quando andavamo a giocare nel boschetto con annesso canneto a ridosso del nuovo cantiere e ci sentivamo novelli esploratori alla Indiana Jones, dell’inaugurazione del centro commerciale i Grani, io avevo il morbillo ed ero bloccata in casa e mio fratello e altri amichetti facevano avanti e indietro e mi portavano palloncini bianchi con il logo del supermercato, raccontando le meraviglie di questa enorme e bellissima novità, delle volte che ho aspettato l’autobus e di mia madre che mi seguiva e mi salutava dalla finestra, dei negozianti del piccolo centro commerciale sotto casa che erano persone quasi di famiglia, delle feste di quartiere e delle cacce al tesoro organizzate dalla parrocchia, delle infinite passeggiate con i miei cani, dei primi giorni di scuola, della scuola guida per la patente e tanti tantissimi altri ricordi, ma penso di avervi già annoiato abbastanza, quindi mi fermo qui, questo dunque è il mio racconto per voi e per dire grazie a questo quartiere che, avrà pure tanti difetti, ma per noi è stato ed è il più bello di tutti.
Regalami una storia
L’IMBIANCATA DER 3 FEBBRARO
Maria Paola
Maria Paola
Che stava pe arivà era ne l’aria
er tremò era sceso sotto zero
s’annava tutti a cerca de cibbaria
tanto er magnà diventava ‘n penziero.
Erano tutti matti a Panorama
‘n se stava più co li piedi pe tera
s’entrava lì incora cor piggiama
pareva stasse pe arivà ‘na guera.
Vedevi li carelli arinzeppati
e diventà più vote le scanzìe
tutti aggiveno come indemognati
scorazzanno tramezzo le corzìe.
Pareva de vedè tutti pupazzi
che un puparo faceva move a scatti
e spigneva de corza come razzi
verzo le casse pavonazzi e sfatti.
Jerassera un po’ prima d’annà a letto
me sò messa a guardà da la loggetta
e ‘no sbarzo ciò avuto drento ar petto
ch’à fatto scegneme ‘na lagrimetta.
Era accosì incredibbile la gioja
ner vede finarmente quer miracolo
che d’annà a letto ‘n ciavevo più voja
pe ‘n arischià de perde lo spettacolo.
Eh sì! Come promesso è mo arivata
da troppo tempo questo ce lo deve
è stata brava a fa st’improvisata
eccola qua è propio lei… la neve.
Come ‘na pupa tutta impiperita
sò corza subbito da mi’ marito
senza potè parlà perché intontita
e solo co li gesti l’ò avvertito.
S’è arzato su dar letto cor piggiama
e s’è affacciato tutto emozzionato
restanno secco appetto ar panorama
e penzava d’avesselo sognato.
Semo tornati de là arifreddati
cercanno de scallasse stretti stretti
se semo ariaddormiti abbraccicati
tramente se ‘mbiancaveno li tetti.
Stamatina abbonora me sò arzata
e che te trovo? Nun ce se pò crede…
la città tuttaquanta infarinata
nun lo potevi davero prevede.
C’è un maggico silenzio tutt’attorno
ognantro sòno me pare smorzato
c’è solo la campana a dà er buongiorno
e ‘na frasca che casca sur serciato.
Pe strada nun se vede anima viva
sò tutti rintanati drento casa
solo ‘n omo de bona voja ariva
s’affanna co la pala e poi rincasa.
Solo quanno finisce la buriana
la mejo gioventù scegne pe strada
co li stivali sciarpa e palandrana
a tirà palle e a gnentantro abbada.
Io nun m’azzardo a mette fora er naso
me abbasta l’alegria che c’è de sotto
de arifreddame nun è propio er caso
neppuro de tornà co ‘n osso rotto.
Mo sò contenta assai pe quer ch’ò visto
vorei però che prima d’annà via
ritorna st’imbiancata e prego Cristo:
“Signore fa’ aripete sta maggìa”.
4 febbraio 2012
Regalami una storia
TUTTI AL CAMPETTO DI PIERO
Maurizio
Maurizio
Ero venuto ad abitare in questo quartiere negli anni ’80. Il complesso di edifici presenti nella zona in cui risiedevo, chiamata “Roma ’70”, faceva parte di un Consorzio di Cooperative, alle quali, per distinguerle una dall’altra, avevano dato il nome di un animale.
Da sempre sono stato un amante dello sport, soprattutto del calcio e, dal momento che il quartiere consentiva allora di far nascere e cementare presto le amicizie, sia tra adulti che tra ragazzi, mi fu facile conoscere alcuni giovani che condividevano la mia stessa passione, con i quali mi incontravo di consueto presso l’unico bar allora esistente, gestito da Piero Cencetti, un carissimo amico e una simpatica figura, che manifestava il nostro stesso interesse sportivo.
Negli anni ’90 ci venne in mente, con l’ausilio di una Società Sportiva, di cui non ricordo il nome, di dare vita a qualche attività che potesse costituire un elemento di aggregazione per i giovani e giovanissimi che continuavano a popolare il quartiere, provenienti da tutte le parti della città.
Decidemmo, nel periodo primaverile, di organizzare nell’unico campo di calcetto presente nella zona, passato alla storia come “Il Campetto di Piero”, alcune competizioni a squadre. L’idea era quella di mettere in campo alcune discipline sportive suggerite anche dai ragazzi: calcetto, pallavolo, tennis, ping pong, corsa.
Le squadre erano composte da ragazzi e ragazze di età non superiore ai 14 anni, in genere appartenenti allo stesso comparto, a cui potevano aggiungersi altri, gli “oriundi”, provenienti dai quartieri limitrofi, a volte necessari per completare le varie squadre. Ogni squadra assumeva il nome dell’animale che ricordava l’edificio di appartenenza.
Le competizioni si svolgevano o nel campetto di Piero o nel piazzale di fronte al bar “Roma ’70”, con una programmazione ben definita. In base al risultato conseguito, ogni squadra aveva diritto ad un punteggio, che si sommava a quello ottenuto in tutte le discipline sportive cui aveva partecipato. Si stilava poi la classifica finale e si decretava la squadra vincente.
L’attività sportiva si concludeva con una piccola maratona di zona, aperta a grandi e piccoli del quartiere, la cui partenza e arrivo avvenivano sempre davanti al bar “Roma ’70”. Questa non riceveva alcun punteggio, in quanto esclusa dalla competizione.
La manifestazione terminava all’interno del campetto di Piero, alla presenza di molti esponenti del Municipio, rappresentanti del Consorzio “Roma ’70”, e di alcuni sponsor. con la consegna dei premi ai vincitori. La squadra con il punteggio più alto si impadroniva del “GONFALONE”, uno stendardo simbolo della vittoria, che doveva conservare per tutto l’anno e rimettere in gioco l’anno successivo.
Purtroppo questo evento ebbe la durata di poche primavere, perché, come spesso accade, gli eventi simpatici, gradevoli, aggreganti rivolti ai ragazzi finiscono presto.
Regalami una storia
RICORDI
Maria Paola
Maria Paola
Eccomi qua. Sono una arzilla ottantenne un po’ scorbutica, tendente al pessimismo, tanto da ritenere fin da piccola di non riuscire a raggiungere questo bel traguardo. Sono ostinatamente rimasta abbarbicata a questa idea fino ad alcuni anni fa, quando un episodio inaspettato mi ha convinto che fosse giusto ritenere attendibili le credenze popolari.
Ma riavvolgiamo per un attimo il nastro del tempo.
Avevo 34 anni. Ero una giovane mamma, con due figli che vivevano felici la loro infanzia, quando mi trasferii nel quartiere di Grotta Perfetta. Non provenivo da lontano, appena sposata mi ero sistemata in un piccolo appartamento, che si affacciava sulle catacombe di Santa Domitilla. Lì avevo trascorso gli anni più belli, lì avevo vissuto la nuova esperienza insieme ad un compagno speciale, lì avevo visto nascere i miei figli e avevo assaporato il gusto dell’indipendenza da una famiglia troppo severa e la gioia di sentirmi la regina della casa. Una casa tutta mia.
I figli crescevano e la nostra abitazione, anche se accogliente e luminosissima, diventava leggermente soffocante, soprattutto per i bambini che non avevano grandi spazi per studiare e giocare, dal momento che la loro cameretta era poco più di uno stretto corridoio. Arrivò in casa un altro ospite piuttosto ingombrante, un pastore tedesco, il primo di una lunga serie di cani che hanno accompagnato e arricchito la nostra vita fino ad oggi.
Avvertimmo pertanto la necessità di trovare un altro alloggio e qualcuno ci suggerì di acquistare una delle quote messe a disposizione dal Consorzio di Cooperative “Rinnovamento”, che stava operando un’edificazione massiccia nel nuovo quartiere sorto tra la Cristoforo Colombo e l’Ardeatina. La zona ci piacque molto, anche se in quel momento piuttosto isolata, ma prometteva bene, con gli alti e numerosi eucalipti che circondavano il Forte Ardeatina e i maestosi pini che fiancheggiavano la via di Grotta Perfetta, costituendo un grosso polmone verde che rendeva l’aria un balsamo naturale. Lasciammo la piccola abitazione con un po’ di nostalgia, ma ci attendeva un gradone a tre piani della Cooperativa Annunziatella, dove gli spazi enormi consentivano ai miei ragazzi di divertirsi con i loro amici e ai miei pelosetti (sarebbe meglio definirli pelosoni, in quanto tutti di taglia medio-grande) di scorrazzare liberi non solo sul grande terrazzo di cui l’alloggio era dotato, ma soprattutto nei giardini condominiali e comunali sui quali si affacciavano gli edifici del Consorzio.
Il trasloco, avvenuto in una freddissima domenica di dicembre del 1980, fu rocambolesco. All’ultimo momento la Direzione del Consorzio non ci consegnò, come promesso, le chiavi dell’alloggio, pur essendo stata da noi saldata la somma dovuta, adducendo il pretesto che alcuni lavori di costruzione non erano stati completati. Il furgone per il trasporto mobili, però, era stato già prenotato da tempo e non poteva essere disdetto.
Tra l’altro non avremmo neanche potuto rimanere nella vecchia casa, perché, a nostra volta, avevamo consegnato le chiavi ai nuovi proprietari. Dovevamo entrare ad ogni costo. Decidemmo allora un’azione di forza e furtivamente riuscimmo ad introdurre tutti gli arredi dalle finestre, approfittando della presenza delle impalcature, ancora non rimosse, e della mancanza di alcuni infissi non ancora forniti. Nessuno si accorse di nulla. Così almeno credevamo.
Dormimmo quella prima sera abbracciati stretti per il gelo. Nel bel mezzo della notte una scampanellata (non funzionava nulla, ma il campanello stranamente era stato installato) ci fece sobbalzare. Era il Presidente della Cooperativa, che, accortosi dell’occupazione non autorizzata, con modi poco garbati, minacciò una denuncia alla Polizia. Io, intimidita, cominciai a balbettare, ma mio marito, più sicuro di sé, fornì le dovute spiegazioni, che convinsero quel cerbero a non spingersi oltre.
Iniziò così la nostra vita nel nuovo quartiere. Dapprima patimmo per il freddo e per la polvere che inesorabilmente si accumulava nelle stanze, perché tutt’intorno era ancora un cantiere invaso da gru, che incessantemente giravano sulle nostre teste. Ma si arrivò alla conclusione dei lavori e apparve in tutta la sua unicità il vero aspetto di quell’area, in cui sembrava di vivere in un mondo parallelo, lontano dalla vita convulsa della città.
La mattina non ci svegliavano più i rumori assordanti della strada e l’odore sgradevole dei gas delle auto, ma il canto melodioso degli uccelli e il profumo delicato dei gelsomini, che insieme a mimose, bouganville e glicini, piantati un po’ ovunque, inondava l’aria, pura e salubre. Anche i rapporti umani erano diversi, non ci trovavamo più in un condominio in cui le uniche relazioni si basavano su un saluto freddo e distaccato, quando ci si incontrava per le scale o al portone. Ora la vita di cooperativa univa. Eravamo tutti giovani con bimbi piccoli e, con l’entusiasmo proprio dell’età, si condividevano i problemi comuni e si cercava di risolverli insieme, ci si sosteneva nel momento del bisogno, si operava per il bene generale, nascevano e si cementavano nuove amicizie.
Ottenni il trasferimento tanto atteso. Ero un’insegnante di Lettere, oggi da molti anni in pensione, e fui lieta dell’assegnazione nella scuola media di quartiere, la Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco edificata, che mi permise di essere più vicina alla mia famiglia. Sono rimasta in servizio per molti anni, appagata dalla professione che esercitavo con entusiasmo e abnegazione.
A distanza di tempo posso dire di essere orgogliosa dei risultati conseguiti nella vita dai miei ragazzi, alcuni dei quali tolti dalla strada (insegnavo nelle difficili classi del tempo prolungato). Sono diventati donne e uomini maturi, hanno oggi dai 40 ai 50 anni, affermati ciascuno nel proprio lavoro e all’interno della nuova famiglia. Mi piace pensare che un po’ sia stato anche per merito mio, per averli stimolati e guidati a condividere i valori in cui credo da sempre. Con molti di loro mantengo ancora oggi un rapporto meraviglioso, mi chiamano, mi scrivono, mi vengono a trovare, non si sono dimenticati della loro vecchia prof.
Ho lasciato loro e i miei colleghi forse troppo presto e con molto rammarico. La scuola mi aveva dato tanto, aveva occupato gran parte della mia vita, ma le vicende degli ultimi anni lavorativi mi avevano lasciato delle profonde cicatrici. Dopo l’avvicendarsi alla direzione scolastica di vari Presidi, che avevano sempre mostrato apprezzamento per la mia costante dedizione al lavoro, la sorte assegnò al plesso una Preside, su cui gravava una serie infinita di ricorsi in Provveditorato per la direzione svolta in molte scuole romane, molto autoritaria e deleteria per l’organizzazione della vita scolastica in generale e per il rapporto interpersonale dei docenti tra loro e con le famiglie.
Speravamo in una rimozione dall’incarico, che ci consentisse di continuare a svolgere il nostro lavoro in modo proficuo e sereno. Come Dio volle fu trasferita, ma i danni erano stati ormai prodotti, soprattutto sul mio stato fisico ed emotivo e così, con il cuore a pezzi, decisi di lasciare per sempre la scuola e andarmi a godere il meritato riposo.
All’inizio fu dura, mi mancavano i miei alunni, mi mancavano i colleghi, mi mancava l’impegno quotidiano. Mi buttai a capofitto in attività alternative, lezioni di teatro, di inglese, balli di gruppo, volontariato in ospedale, ripetizioni private di italiano e latino e più tardi l’elaborazione di progetti per il neonato Comitato di Quartiere. In fondo ero ancora giovane, i miei colleghi e i miei ex alunni mi venivano a trovare, alleggerendo il peso della nostalgia per la mia professione, che ogni tanto mi assaliva. Fu così che avevo dato senso alla mia nuova vita.
Poi si verificò un fatto inaspettato.
Una mattina, in cui non ero presente in casa, mio marito (me lo raccontò al mio rientro) fu sorpreso da uno strano andirivieni di persone amiche e non che, in lenta e mesta processione, sostavano davanti al cancello della nostra abitazione con un atteggiamento tra il curioso e il circospetto. Salutavano garbatamente, cercavano di leggere nel suo sguardo una emozione o una reazione e se ne andavano, così almeno sembrava, imbarazzati e delusi.
Mio marito era sempre più stupito, non riusciva a capire. Rientrata a casa, venni a conoscenza di quanto accaduto. Ne fui profondamente sorpresa, cercammo insieme di trovare qualche spiegazione plausibile, ma nessuna aveva un senso. Il mistero si infittì, quando nel pomeriggio un mio caro amico e collega, anche lui in pensione, si mise a passeggiare davanti al mio gradone, con aria distratta, fingendo di trovarsi lì per caso, mentre parlava a voce alta con una persona che era con lui. Sperava che mio marito, sentendo quel parlottare, si affacciasse sul terrazzo che era al primo livello vicino alla strada. Ottenne il suo scopo, mio marito lo vide e lo invitò a salire, ma lui si mostrò riluttante. Mio marito insistette: “ Dai, Achille, vieni, ci prendiamo un caffè insieme, c’è pure Paola, che si offenderà se tu non accetti!”. Mi affacciai alla finestra. Il viso del mio amico diventò simile alla tavolozza di un pittore, con una gradazione di colori dal bianco al rosso, passando per il giallo, il verde e il blu. Dapprima emise dei suoni incomprensibili, una specie di balbettio, accompagnato da movimenti del corpo e gesti incontrollati, che mal celavano una insolita allegria.
L’imbarazzo palpabile si stemperò rapidamente in una irrefrenabile risata liberatoria che contagiò anche noi, senza che ne conoscessimo il motivo. Finalmente il mistero fu svelato. La mattina una nostra collega, ancora in servizio, aveva portato a scuola la notizia, rapidamente diffusasi in tutto il quartiere. che era venuta a mancare la prof.ssa Barbieri… io.
Beh, l’annuncio prematuro ha solo consacrato la mia longevità. Come non credere alle convinzioni dei nostri padri?
Oggi sono ancora una vispa e attiva vecchietta di 80 anni. Eccomi qua.
Regalami una storia
LA PASSEGGIATA
Paolo
Paolo
Fino a qualche anno fa, dal balcone del mio soggiorno, quando mi affacciavo il pomeriggio nei giorni senza pioggia, nei periodi dell’anno in cui non fa né troppo freddo né troppo caldo, notavo una strana coppietta arrivare dall’incrocio con viale Erminio Spalla.
I due, una donna anziana e un uomo giovane, lentamente risalivano la strada in lieve pendenza e, sempre tenendosi per mano, sparivano dopo la curva.
Ne tornavano un quarto d’ora o venti minuti dopo, e ripercorrendo i loro passi sparivano all’incrocio. Sono certo che fossero madre e figlio, così come sono sicuro che lei soffrisse di demenza senile o di Halzheimer.
Lui ogni tanto le parlava e indicava qualcosa, ottenendo raramente una risposta. Talvolta era lei a borbottare qualcosa, a voce talmente bassa che solo il suo accompagnatore poteva comprenderla, rispondendo poi con frasi secche o addirittura monosillabi.
La donna camminava ancora bene per la sua età: i due aggiravano i tronchi delle magnolie e scartavano le pigne aperte sull’asfalto, cadute dai pini resinosi che ombreggiano la strada. Alla signora piaceva toccare le piante e le foglie che sfioravano lungo il marciapiede, come ad esempio il gelsomino selvatico o le siepi di alloro; ma soprattutto le si illuminava il volto quando incrociavano per la via dei bambini.
Non distante c’è infatti una scuola con il turno pomeridiano. In quei momenti il volto corrucciato si illuminava e voleva avvicinarsi ai piccoli per accarezzarli sulla testa.
Le mamme, intenerite, lasciavano fare.
Il giovane uomo, che aveva sempre l’aria un po’ triste, a volte sembrava imbarazzato, quasi vergognandosi di quello che stava facendo, e allora con un sorriso mesto sembrava chiedere scusa.
La maggior parte delle persone si rendeva conto dello stato delle cose, a volte salutava con simpatia la piccola signora anziana, o al più rimaneva indifferente.
Due o tre anni fa le passeggiate iniziarono a rarefarsi fino a scomparire.
Da un paio d’anni a questa parte sono transitate numerose ambulanze per la via; sono certo che una è passata per lei.
Loro non si sono mai accorti di me, se lo avessero fatto li avrei salutati.
Avrei agitato la mano e avrei augurato loro la “buona sera”.
Mi dispiace di non averlo fatto.
Ci sono cose che vanno fatte fin quando è possibile.
Regalami una storia
LA COLLINETTA
Bruno
Bruno
“Meno male” esclamai appena mi affacciai. Dall’alto del settimo piano vedevo tutta Roma, compreso il cupolone.
La cosa però che più attrasse la mia attenzione era il parchetto che, sulla mia destra, era proprio quello che cercavo per il nostro Oliver, un Golden Retriever, che aveva preso affettivamente il posto dei nostri ragazzi. Se stava bene lui, stavamo bene pure noi.
Dopo il rogito, per prima cosa, andai a vederlo da vicino, era un parco abbandonato con erbe infestanti gigantesche. Non mi importava, sapevo che con la mia attrezzatura avrei tirato fuori nel tempo qualcosa di buono.
Di lì a poco conobbi un ragazzo, che mi abitava di fronte e tutti i giorni anche lui con il suo cagnetto, Whisky, era impegnato in questi percorsi difficoltosi.
Facemmo subito amicizia, ma la cosa che mi stupì era che anche lui parlava di recupero di quel posto. Era più giovane di me, io già in pensione. Il sabato e la domenica eravamo sempre sul campo e iniziammo a tagliare l’erba alta, i rami bassi, i più difficili da togliere, i rovi, i più dolorosi.
Ingaggiammo, durante i lavori, una sottile guerra con un anziano Consigliere del Municipio che, appena ci vedeva, ci rimproverava perché intasavamo i secchioni della nettezza urbana con le erbe e i rami tagliati.
Ci minacciava e ci ricordava che le multe erano salate. Recepivamo questo esplicito consiglio come una minaccia.
Io e Andrea, questo era il nome del mio giovane compagno di lavoro, facevamo i vaghi, gli facevamo credere di aver ragione, ma poi, appena girava l’angolo, andavamo di nuovo a riempirli. Più si lamentava e più il parchetto era pulito….
La gente cominciava ad apprezzare, iniziavano a vedersi altri cani. Chi passava, specialmente gli anziani, ci ringraziava e in qualche caso ci aiutava. Più si liberava la vista più appariva il “parchetto”. Era bello. E fresco. Ma non potevamo sederci per riposare.
Decidemmo allora di creare qualche seduta con quello che trovavamo. Costruimmo un bel numero di sedili improvvisati, rustici, ma ugualmente graditi.
A pranzo il luogo era diventato la meta degli operai che lavoravano lì vicino, i ragazzi, invece, si fermavano dopo la scuola, prima del rientro a casa. Improvvisamente tutti conoscevano il “parchetto”.
La nostra strategica guerra con l’anziano Consigliere si fece sempre più accurata, lui ci faceva le cacce, si nascondeva nei paraggi e, appena sentiva lo scoppiettare delle nostre falciatrici, spuntava fuori.
Noi spiegavamo che avremmo utilizzato i sacchi neri, che poi avremmo portato a discarica, come da lui suggerito. Ci rimaneva male, ma era soddisfatto perché aveva vinto lui. Appena si allontanava e, prima che il compattatore AMA svuotasse i secchioni, con un lancio dei sacchi li riempivamo di nuovo.
Eravamo convinti che non si potesse impedire a dei volontari di sversare nei contenitori del servizio pubblico il risultato del loro faticoso e gratuito lavoro.
Ci giunsero moltissimi suggerimenti dai cittadini che passavano di lì, ci dicevano che dovevamo rivolgerci al nostro mini Sindaco, a quel tempo Andrea Catarci, per l’aggiunta di secchioni dedicati alle potature. Ascoltammo i suggerimenti, ci recammo da lui. Ci sembrò una bella persona, ci ascoltò con attenzione e, dopo i ringraziamenti di rito per la nostra volenterosa attività, ci spiegò con rammarico che non ci poteva riconoscere come volontari addetti e autorizzati dalle istituzioni e ci consigliò di costituirci in gruppo, sottolineando che l’unione fa la forza.
Un po’ delusi tornammo nel nostro “parchetto”.
Eravamo sempre due, ci attendevano altri interventi. Ci chiesero di ripulire le aiuole in muratura attorno ai numerosi pini esistenti. Iniziammo la pulizia e i condomini dei palazzi cominciavano a scendere ad aiutare. La gente iniziò a capire che si poteva vivere meglio, cominciò a piantare fiori negli ampi spazi intorno ai pini. A quel punto conoscemmo una signora ricciolona che, con carichi incessanti di acqua, contribuiva all’annaffiamento delle piante, non disponendo di una fontanella lì vicino. Grazie a lei le piante crebbero, si chiamava Filippa.
La nostra soddisfazione era che la gente ci riconosceva. Una volta scoprimmo, dopo aver ripulito le erbe più alte, che esisteva un albero di Natale lì piantato chissà da quanto tempo. Era alto circa 3 metri ed era bellissimo. Si poteva notare da ogni punto del parco ed allora decidemmo di addobbarlo nel periodo natalizio. Molti portarono i decori, noi li montammo, però la sera l’abete diventava invisibile. Mettemmo, allora, le lucine a batteria. I residenti cominciarono a porre altri problemi nel nostro micro cosmo, si lamentavano della mancata pulizia della piazza, della scarsa illuminazione del parco, dell’unico vialetto pedonabile completamente ammalorato, dove spesso si inciampava.
Finalmente ci venne in aiuto lui, sì l’anziano Consigliere che volle salire sul carro dei vincitori, promettendoci che avrebbe fatto riparare il vialetto per metterlo a norma. Fu di parola, poco tempo dopo il viale verniciato di verde era pronto. E tutti a ringraziarci, noi gongolavamo e accettavamo i complimenti. Credo che ancora oggi non sappia, il consigliere, che ci prendemmo il merito.
Alcuni cittadini ci investirono del problema di un senza tetto che abitava nella sua vecchia auto, una Fiat Brava, parcheggiata senza ruote in un angolo della piazza. Il mio giovane amico lo conosceva, come tutti i frequentatori del parcheggio. Era molto discreto, sempre accuratamente vestito, con una evidente dignità in tutte le sue movenze.
Cominciai ad osservarlo al mattino e alla sera, il giorno scompariva. Dormiva nella macchina con i vetri oscurati, la sera c’era il cerimoniale della preparazione notturna, indossava il pigiama sopra abiti più caldi, preparava la sua bottiglia di plastica, spegneva la sua torcetta e si raggomitolava sulla sua “cuccetta”.
La mattina dopo c’era il cerimoniale opposto, apriva lo sportello, si sgranchiva le gambe, andava a prendere alla fontanella lontana un po’ d’acqua, si vestiva, a volte anche elegantemente, si pettinava con cura, riponeva tutto nel suo armadio, il bagagliaio posteriore e scompariva, per riapparire la sera. Quanto tempo lo osservammo! Venimmo a sapere che zio Tony, così lo chiamavano, aveva una generosa famiglia che lo aiutava come poteva, due ragazzi giovani, lui si chiamava Danilo, era un Architetto, con due figli piccoli. Gli permettevano, di tanto in tanto, di andarsi a fare una doccia e lo ospitavano qualche domenica a pranzo, nel massimo riserbo. L’anziano era stato licenziato e aveva discusso con la sua famiglia che lo aveva abbandonato.
Quando lo conoscemmo meglio, ci dimostrò di avere grande educazione e profonda cultura, ne rimanemmo colpiti. A volte si pensa tutto il contrario di questi personaggi. Decidemmo allora di aiutarlo, trovandogli una sistemazione più dignitosa. Pensammo che forse il Municipio avrebbe potuto curarsi di lui, concedendogli un ricovero nei centri di accoglienza dedicati. Ci risposero che potevano solo, saltuariamente, ospitarlo in qualche dormitorio. Ci rivolgemmo allora alla Parrocchia, informammo il Parroco, che ci promise di fargli visita una sera. Poco dopo ci chiamò e ci informò che non lo aveva trovato. Alla nostra insistenza per la sua collocazione almeno notturna negli ampi locali sotto la Chiesa, ci rispose che non poteva, perché, altrimenti, avrebbe dovuto aprirli a tutti i senza tetto. Per noi sarebbe stato un orgoglio, per lui un problema.
Non ci fermammo di fronte a questa negazione e andammo oltre. Intanto il Parroco venne trasferito. Aiutammo zio Tony come potevamo, coinvolgendo anche altre persone. Si aggiunse al gruppo dei volenterosi Angelica, un’insegnante di scuola media, sempre pronta ad inventare qualcosa. Con un passa parola trovammo un amico che aveva una microscopica abitazione a Trevi del Lazio, inutilizzata. Aveva il riscaldamento, la cosa più importante per Tony. La mise a disposizione senza alcun compenso, noi la ripulimmo, lui vi si trasferì. Aveva sempre però la nostalgia della sua location. Quando poteva, tornava senza farsi vedere. Noi lo sapevamo e facevamo finta di niente. Un giorno venimmo a sapere che si era ammalato gravemente e lo andammo a trovare. Morì poco tempo dopo.
Il Parco era sempre più bello, le persone lo frequentavano, vi passeggiavano, i cani crescevano, si moltiplicavano, aggiungemmo dei tavoli posticci. Sempre più insistentemente, i nostri fans, ci chiedevano di organizzarci per gestire meglio il sito. Non avendo alcuna esperienza in materia, decidemmo di chiedere un nuovo incontro al solito Mini Sindaco che, con molta chiarezza, ci fece capire che non poteva avere rapporti istituzionali con i singoli cittadini ma che, se avessimo voluto, avremmo potuto organizzarci in comitato. Era il 2014. A sorpresa nasceva il Comitato di Quartiere Grotta Perfetta.
Un ringraziamento è doveroso a loro, Andrea, Filippa, Danilo, Angelica e sì, anche a me.
Che entrammo a farne parte.
Roma marzo 2026